Oltre la domanda
- Agosto 24, 2026
- di
- Barbara Biagioli
Il cuore dell’empatia nella clinica dell’incertezza. Accogliere la frammentazione narrativa, tollerare la confusione e attendere l’emergere del bisogno inespresso nel setting terapeutico
Cosa accade quando un paziente siede nel nostro studio e non porta con sé una domanda strutturata, ma una nebbia fitta e disorganizzata? Andare “oltre la domanda”, nel contesto di un’interazione professionale e terapeutica, è forse una delle sfide più elevate e vertiginose della nostra professione.
Richiede un’eccezionale capacità di risonanza che non può abitare unicamente le stanze dell’intelletto: postula, per sua stessa natura, un approccio basato sull’ascolto profondo e non giudicante che deve transitare, in prima istanza, dal cuore, per poi essere decodificato dalla mente. Questo movimento trasformativo significa non limitarsi a recepire passivamente le parole pronunciate, la superficie del testo verbale, ma sintonizzarsi sulle frequenze del significato più recondito, intercettando le correnti emotive sottostanti che la persona sta esprimendo, spesso in modo del tutto implicito o cifrato. È un’operazione di sintonizzazione affettiva prima ancora che cognitiva.
La nebbia nel setting: la complessità del non-formulato
Nella pratica clinica quotidiana, l’illusione di accogliere pazienti con una richiesta limpida e un sintomo chiaramente perimetrato si scontra rapidamente con la realtà. Spesso, le persone che varcano la soglia del nostro studio professionale si trovano in uno stato di profonda confusione mentale. Questa condizione si caratterizza proprio per l’assenza di una domanda specifica, di un focus terapeutico definito o di una richiesta chiaramente formulata. Il paziente tende a divagare, si muove in modo apparentemente caotico nel tempo e nello spazio psicologico, passando con estrema facilità da eventi altamente significativi e traumatici del proprio passato a preoccupazioni, minuzie e ansie ipocondriache o persecutorie che ne caratterizzano il presente. La linea temporale si spezza, la logica causale sfuma, lasciando il posto a una narrazione rapsodica. Questo fenomeno si manifesta con una frequenza e un’intensità particolari nella clinica con gli anziani. In questa popolazione, a causa di processi di deterioramento cognitivo legati all’avanzamento dell’età o a causa di esistenze complesse, segnate da lutti accumulati, isolamento sociale e perdita di ruolo, la strutturazione di un discorso lineare diventa un compito arduo. La loro narrazione può apparire all’osservatore superficiale come frammentata, sterile, ridondante e ricca di dettagli apparentemente irrilevanti o aneddotici.
Tuttavia, per il terapeuta accorto, ogni digressione, ogni microstoria apparentemente fuori asse, cela significati profondi e bisogni inespressi di riconoscimento, dignità e contenimento affettivo. “L’empatia non è una tecnica, ma un atto di coraggio: significa far passare il dolore dell’altro prima dal proprio cuore e solo in un secondo momento tradurlo in pensiero clinico.”
La sfida del terapeuta e la tentazione dell’azione
Questa confusione radicale e totalizzante, che il paziente porta con sé e deposita nella relazione, non è neutra: si trasmette per induzione e rappresenta una sfida clinica e controtransferale di enorme portata. Questo è particolarmente vero per i colleghi che si trovano alle loro prime esperienze professionali. La totale mancanza di un punto di partenza chiaro, l’assenza di un problema definito su cui imbastire un contratto terapeutico o un piano di trattamento formale, può generare nel professionista un senso di disorientamento, impotenza e profonda inadeguatezza. Il rischio reale e immanente è quello di sentirsi sopraffatti da una mole imponente di informazioni non organizzate, una cascata di parole che sembra non avere né capo né coda, fallendo nel tentativo di individuare quel filo conduttore epistemico che possa guidare il processo di aiuto. È qui che si insidia la trappola più pericolosa: il furor sanandi, l’urgenza di agire. La difficoltà principale in queste situazioni risiede precisamente nell’imparare a fare l’esatto contrario di ciò che l’ansia prestazionale suggerisce. È necessario rimanere pienamente presenti nel qui e ora dell’interazione, ancorati al proprio corpo, mantenendo una respirazione calma, profonda e regolare. Significa ascoltare attivamente senza cedere al bisogno impellente, al peso nevrotico di dover intervenire immediatamente, di dover trovare una soluzione rapida a tutti i costi o di dover risolvere il problema in tempi brevi per placare il proprio senso di efficacia. Come psicologi e psicoterapeuti, siamo chiamati a sviluppare la capacità negativa bioniana: l’attitudine fondamentale ad accettare di rimanere in quella confusione, a tollerare l’angoscia dell’incertezza e del non-sapere, permettendo che il processo clinico si sviluppi secondo i suoi tempi naturali, biologici e psichici, senza forzature interpretative. Questo atteggiamento di radicale accettazione e paziente attesa è l’unico reale fattore terapeutico in grado di edificare un ambiente di fiducia incondizionata e di sicurezza interna.
La meticolosità dello sguardo olistico: oltre il canale verbale
Per operare in questa dimensione di ascolto profondo, diventa sussidiario e fondamentale spostare il baricentro dell’osservazione. Non possiamo e non dobbiamo soffermarci esclusivamente sulle parole pronunciate. Dobbiamo invece rivolgere un’attenzione meticolosa, quasi millimetrica e profondamente olistica, al canale del linguaggio non verbale e paraverbale. L’alleanza e la comprensione passano attraverso la lettura fine della postura del corpo – la rigidità di una spalla, l’abbandono su un fianco –, la micro-mimica delle espressioni facciali, l’esitazione dei gesti, le modulazioni del tono di voce, ma soprattutto attraverso il rispetto sacro delle pause e dei silenzi, che non sono vuoti da riempire, ma pieni di senso da abitare. Allo stesso modo, dobbiamo prestare costante attenzione alla prossemica, ossia al modo in cui il paziente gestisce lo spazio personale, la distanza o la vicinanza fisica rispetto a noi nel setting, e alla pragmatica della comunicazione, analizzando come il linguaggio viene utilizzato per agire sulla relazione nel contesto specifico dell’interazione in atto.
Il cuore dell’empatia come bussola
Mantenere un atteggiamento rigorosamente privo di giudizio, permeato da una profonda accoglienza e da un’autentica, quasi infantile curiosità clinica è essenziale. È questo che definiamo il cuore dell’empatia. Non si tratta di un vago sentimento di compassione, bensì di una postura terapeutica incarnata, dove l’organo che ascolta è il nostro stesso Sé emotivo. Quando l’ascolto passa prima dal cuore, permette al terapeuta di risuonare con la sofferenza dell’altro senza esserne fagocitato, creando uno spazio di risonanza intima ma differenziata. In questo modo, la persona affetta da frammentazione e confusione che avrete di fronte si sentirà, forse per la prima volta nella sua vita, pienamente accolta. Avvertirà l’esperienza terapeutica come un luogo in cui viene percepita nella sua interezza somatopsichica, vista e compresa ben al di là delle sue parole claudicanti o incoerenti.
Questo senso di accoglienza e questa validazione vissuta della comprensione reciproca costituiscono il cemento e il fondamento su cui si edifica la fiducia clinica. Solo alla fine di questo rigoroso e paziente processo di ascolto profondo e non giudicante, la vera domanda, quella autentica e nucleare che si celava protetta dietro tutte quelle parole – spesso mascherata da divagazioni difensive, rumore di fondo e apparenti confusioni – emergerà spontaneamente e con cristallina chiarezza. Sarà solo allora che il nucleo del problema si svelerà da sé, permettendoci di co-costruire e avviare un percorso di aiuto che sia realmente efficace, mirato, etico e rispettoso della soggettività dell’altro.






