Economia e divisa: oltre i pregiudizi

Economia e divisa: oltre i pregiudizi

In Perù, nella mia famiglia, nascere donna significava spesso nascere con un destino già scritto, un binario tracciato dal silenzio e dalle aspettative altrui. Essere l’ultima di tante sorelle non era un privilegio, ma una condanna all’invisibilità. La gerarchia era chiara, incisa nelle tradizioni più arcaiche: la priorità assoluta erano i maschi. Mio fratello maggiore era l’unico a cui spettava il diritto e il dovere di studiare, di diventare “qualcuno” e di portare avanti il cognome. Per noi donne, l’istruzione non era un diritto, era vista come un lusso superfluo, uno “spreco di soldi” e di tempo che avremmo dovuto dedicare esclusivamente alla cura della casa e degli altri, annullando noi stesse in favore del focolare.

Ma io, fin da piccola, sentivo una voce diversa dentro di me. In una famiglia che definirei disfunzionale, dove il calore faticava a trovarsi tra le mura domestiche, io quel calore ho iniziato a cercarlo fuori. C’era in me un’inquietudine che non riuscivo a soffocare, una ribellione silenziosa che si manifestava sotto forma di empatia. Già allora, con la saggezza ingenua dei bambini, sapevo che non avrei seguito le impronte di chi mi aveva preceduto. Sognavo di cambiare le cose, non solo per me, ma per ogni persona che il destino avrebbe messo sul mio cammino.

A 16 anni, la mia vocazione è diventata azione pura. Ho iniziato a fare volontariato negli ospedali del mio paese, luoghi di frontiera dove spesso regnava la disperazione più nera. Ho visto madri spaventate scendere dalle montagne, con i vestiti impolverati e gli occhi lucidi, che non capivano cosa stesse succedendo ai loro figli perché nessuno parlava la loro lingua o si curava di spiegare loro la medicina. Io ero lì per questo: per tradurre la paura in speranza. Spiegavo i referti, restavo vicina a chi era solo, compravo anche solo un sapone o un asciugamano per i pazienti che erano stati abbandonati da tutti.

Il mio sogno era diventare medico, ma la realtà picchiava forte: non c’erano risorse. Così ho fatto un patto solenne con me stessa: avrei lavorato di giorno e studiato di notte. Mi sono pagata da sola gli studi in Farmacia e Biochimica. Ricordo ancora quando mi offrii come volontaria per i test dei vaccini; non era incoscienza giovanile, era il desiderio profondo di sentirmi utile alla scienza, di essere un tassello di qualcosa di più grande. Eppure, nonostante la mia dedizione feroce, la situazione economica familiare divenne insostenibile. Dovetti interrompere il sogno della laurea a un passo dal traguardo. Fu un dolore immenso, un lutto professionale, ma quella “fame” di sapere non mi ha mai abbandonata.

A 25 anni sono arrivata in Italia con una valigia piena di sogni sgualciti e un cuore pesante come il piombo. È stato come nascere una seconda volta, ma con la crudeltà di trovarsi in un corpo di adulta che non sapeva comunicare. I miei titoli di studio sudamericani, sudati in notti di veglia, qui valevano zero. Ero tornata a essere “l’ultima della fila”. Molti si sarebbero arresi di fronte a quel muro linguistico e burocratico, ma io ho visto in quel vuoto una nuova, immensa opportunità di riscrittura.

In questa fase, il concetto di inclusione è diventato per me carne e sangue. Spesso l’inclusione viene confusa con la semplice accoglienza, ma la vera inclusione è permettere a una persona di esprimere il proprio potenziale. Per anni, mi è stato fatto capire che, come donna straniera, il mio posto era solo “accanto al letto del malato”, in un ruolo di pura esecuzione manuale. Ho dovuto combattere contro il pregiudizio che voleva la donna migrante relegata a lavori di bassa scolarizzazione. Ho ricominciato dalle basi: mi sono iscritta alle scuole medie, poi alle superiori, studiando l’italiano riga dopo riga.

Mentre la vita non mi concedeva sconti, io lavoravo a tempo pieno, ero incinta e crescevo i miei figli. Ricordo le notti passate sui libri con il pancione che pesava, e poi con il bambino piccolo tra le braccia che cercava il seno, mentre fuori il mondo dormiva nel silenzio di Milano. È qui che la parità di genere diventa una lotta quotidiana: il carico della cura domestica e della crescita dei figli ricade quasi sempre sulle donne, rendendo il percorso di studio un’impresa eroica. Eppure, ogni ostacolo superato era un gradino verso la mia libertà e la mia autodeterminazione.

Oggi sono un’Operatrice Socio-Sanitaria (OSS). Ho scelto questo lavoro non per ripiego, ma per un profondo senso di gratitudine verso l’Italia. Tuttavia, in questi 9 anni passati tra le corsie degli ospedali e le diverse case di riposo di Milano, ho visto una realtà che mi ha ferito nel profondo: la progressiva perdita dell’empatia. Nelle strutture sanitarie ho visto troppa freddezza meccanica. Ho visto colleghi trattare gli anziani come pratiche burocratiche, come corpi senza nome, violando la loro privacy e la loro dignità.

Mi sono chiesta spesso: “Dov’è finita l’umanità?”. Io credo fermamente che chi indossa una divisa sanitaria debba superare non solo esami tecnici, ma un vero test di “empatia e umanità”. Non siamo robot; siamo persone che si prendono cura del riflesso di sé stesse negli occhi dell’altro. Indosso la mia divisa come un’armatura di rispetto, ma ho imparato anche la professionalità del distacco sano. Quando torno a casa, la mia famiglia e mio marito — l’uomo che ha rotto gli schemi del mio passato sostenendomi emotivamente ed economicamente — sono la mia ricarica. Senza questo supporto, che è alla base della parità domestica, il peso del dolore altrui sarebbe insostenibile.

Ma la mia corsa non finisce qui. Oggi frequento l’università e studio Economia Aziendale. Perché economia? Perché voglio cambiare le regole del gioco dall’alto. La gestione sanitaria soffre oggi di una cronica mancanza di “intelligenza emotiva”, una dote che culturalmente è stata sempre associata alle donne come una debolezza, mentre io la considero una competenza manageriale di altissimo livello.

Il mio obiettivo è diventare una manager che sappia coniugare i bilanci con il cuore. La mia tesi è semplice. Un lavoratore rispettato e valorizzato produrrà una cura migliore. Se il clima aziendale è sano, l’anziano starà meglio. Voglio scegliere collaboratori che abbiano “luce interiore”. La tecnica si impara, l’umanità no. Un comando che non schiaccia, ma che ascolta chi è in prima linea. Chi gestisce deve sapere cosa significa stare in corsia a Natale o di notte.

A chi mi dice che le donne non possono fare tutto — essere madri, lavoratrici e studentesse — io mostro la mia storia. La parità di genere non è un traguardo che ci viene regalato, è un percorso che costruiamo noi, un “no” alla volta, un esame alla volta.

Se ho potuto farlo io, partendo dall’ultimo posto della fila in una terra che non mi dava spazio, allora può farlo ogni donna che decide di non accettare un destino scritto da altri. La mia rivoluzione è appena iniziata, e spero che la mia storia possa essere la scintilla per molte altre donne che oggi si sentono invisibili. Per me, l’istruzione è l’unica vera chiave per scardinare ogni catena.

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