Etica della passività

Etica della passività

Dice di voler qualcosa, ma non sa cosa. Lo dice con naturalezza, quasi fosse una constatazione neutra, e invece la frase pesa. Non è vuota: è trattenuta. Dentro quel “non so” non c’è ignoranza, ma un confine. Un punto oltre il quale il pensiero si ferma perché andare avanti significherebbe riconoscere che ciò che desidera non è compatibile con ciò che ritiene giusto.

Il desiderio è lì, ma non trova forma. Non perché manchi, bensì perché nominarlo lo renderebbe reale, e renderlo reale significherebbe assumersi la responsabilità delle sue conseguenze. Meglio allora lasciarlo indefinito, come una tensione senza oggetto, qualcosa che si sente ma non si chiede. Così facendo, non si mente soltanto all’altro, che resta sospeso davanti a una richiesta che non arriva mai; si mente soprattutto a sé stessi, conservando l’immagine di chi non vuole nulla di sbagliato.

In questo spazio di sospensione, il senso di colpa lavora in silenzio. Non nasce dall’azione, perché l’azione non c’è ancora. Nasce dal semplice fatto di desiderare. È un senso di colpa preventivo, che impedisce al desiderio di diventare parola. Non è il “non posso farlo”, ma il più radicale “non posso nemmeno volerlo”. E così il desiderio viene spostato, reso opaco, trasformato in una vaga inquietudine che non chiede nulla a nessuno.

Allora accade qualcosa di sottile. Invece di scegliere, si attende. Invece di agire, si lascia che le cose si muovano da sole. Se il danno arriverà, non sarà il risultato di una decisione, ma di una concatenazione di eventi. Se qualcuno soffrirà, non sarà perché lo si è voluto, ma perché “era inevitabile”. Il dolore, in questo modo, diventa un effetto collaterale, non il mezzo di una fine. E questo lo rende, almeno interiormente, più tollerabile.

È una versione silenziosa del dilemma del trolley, giocata tutta all’interno. Non c’è una leva da tirare, ma una da non toccare. Non c’è una scelta tragica da compiere, ma una da evitare. Il soggetto sa che qualsiasi movimento netto lo costringerebbe a riconoscersi come autore di una perdita. Così sceglie la passività, che non appare come scelta, ma lo è. Una scelta che consente di dire: non sono stato io, è successo.

Eppure questa passività non è innocente. È una forma di azione mascherata, una strategia dell’Io per restare fedele a un ideale morale senza rinunciare del tutto al desiderio. L’ego trova sempre una giustificazione: non ho deciso, mi sono adattato; non ho voluto, ho lasciato accadere. Ma sotto questa narrazione resta una responsabilità non assunta, spostata all’esterno, affidata al caso, al tempo, alle circostanze.

Il vero conflitto, allora, non è tra il desiderio e la morale, ma tra due forme di inganno. Da un lato, l’inganno verso l’altro, che viene tenuto all’oscuro di ciò che è in gioco. Dall’altro, l’inganno verso sé stessi, più profondo, che permette di continuare a vedersi come giusti mentre si lascia che il mondo faccia il lavoro sporco.

In questo senso, il dilemma non chiede quale danno sia minore, ma chi debba portarne il peso. Assumersi la responsabilità del desiderio significa riconoscere che anche ciò che non è stato voluto direttamente può essere stato permesso. Significa accettare che non scegliere è già una scelta, e che il danno, anche quando è collaterale, non è mai del tutto impersonale.

Il desiderio lasciato accadere è forse il modo più raffinato di evitare la colpa. Ma è anche il più costoso, perché conserva il legame, l’immagine morale, la coerenza apparente, al prezzo di una frattura silenziosa: quella tra ciò che si vuole e ciò che si ha il coraggio di dire di volere.

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