Io Io Io
- Aprile 13, 2026
- di
- Laura Labate
“Io, a me non va bene, per me sarebbe meglio così, è assurdo, cosa gli costa, io la penso così, io, io, io…”
Iniziano così la maggior parte dei discorsi, la maggior parte dei pensieri, quando ci si trova a far parte di un gruppo; un gruppo whatsapp: gruppo mensa della scuola, gruppo organizziamo un viaggio, gruppo universitario. Un ufficio, un corso di yoga, un partito politico. Una collettività, un’aggregazione, un collettivo.
La premessa a questo scritto è proprio questa: l’incapacità di sacrificare una parte di sé stessi per l’obiettivo comune.
La Costituzione Italiana, per me, è sempre una fonte straordinaria di ispirazione. Pochi articoli, una scrittura asciutta, che diventano forziere (da un lato) e trampolino (dall’altro) dei valori più alti del nostro Paese, e del nostro essere Umani.
Proprio la Costituzione, all’art. 11, dichiara: “L’Italia […] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.
Sono partita da lontano, me ne rendo conto, ma in realtà non così tanto.
La nostra Costituzione non ci dice che dobbiamo fare “qualcosa in più” per poter far parte di un’organizzazione sovranazionale; la Legge suprema non dice che dobbiamo “portare” qualcosa, “far valere” la nostra posizione, “aggiungere, sottolineare, incrementare”; dice che dobbiamo limitare.
Sembra strano, vero?
Quando ci si trova intorno ad un tavolo per una riunione di lavoro, si pensa sempre a cosa dire, a cosa fare, a come apparire più preparati, più scaltri, migliori di altri. Direi normale, scontato, anche lecito.
Ma il fine qual è? Il fine si riassume in due lettere: IO.
Il fine non è comprendere le caratteristiche di ogni membro del gruppo, non è prendere atto della situazione esistente, capire quali sono gli strumenti a disposizione, provare a strutturare strategie o idee per raggiungere l’obiettivo del gruppo, dell’area o dell’Azienda; l’obiettivo è sempre e solo uno: l’IO.
Io non voglio fare un passo indietro. Io non voglio sacrificare una parte della mia considerazione per far spazio a qualcun altro. Io non voglio spostare un progetto da un luogo all’altro, perché per me non sarebbe comodo.
La verità è che essere disposti a limitare il proprio potere decisionale per raggiungere un obiettivo comune a tutti, è difficile.
Ma non solo. Limitare il proprio potere (e non uso questo termine senza cognizione di causa) per riuscire a far funzionare un’organizzazione complessa, sa quasi di “debolezza”.
Se non ti fai valere sei un pavido.
Non hai abbastanza coraggio di dire la tua opinione.
Ti fai mettere i piedi in testa.
Vale la legge del più forte e, se non eserciti la tua forza, sei un perdente.
Beh, ecco, mi (s)piace dirlo, ma non è così.
La forza, tanta o poca che sia, da sola vale poco. Aggiunta ad altra forza, fa la differenza. Utilizzata per uno scopo, fa la differenza. Dosata nel modo giusto, fa la differenza. Molte volte, e fa quasi sorridere, proprio se non usata, fa la differenza.
E allora torniamo alla nostra Costituzione: è lei che ci dice che il nostro Stato, il nostro Paese, ha una forza enorme, ha potere esclusivo sul suo territorio, ha una facoltà unica e intoccabile di decidere ciò che vuole di quello che lo riguarda. Ma in alcuni casi, decide di non farlo. Decide, volontariamente, consapevolmente, fermamente, di limitare la sua sovranità, il suo potere, la sua forza, per poter far parte di un gruppo. Un gruppo che agisce per tutti, che agisce per ogni suo membro “in una posizione di parità” con gli altri.
Un gruppo che nasce per volontà stessa degli Stati che hanno compreso esserci un solo ed unico modo per potersi unire e poter raggiungere obiettivi più grandi: sacrificare una parte di sé stessi.
È un lavoro duro, complesso. È una competenza che non insegnano a scuola.
Però, se la cerchiamo, l’essenza di tutto ciò la troviamo in tante cose, ogni giorno.
La troviamo in economia, con la par condicio creditorum, la troviamo nel calcio quando chi fa l’egoista viene tacciato di essere “un veneziano” (non volendo offendere nessuno) perché non lavora per la squadra; la troviamo nella nostra vita quotidiana, quando rinunciamo ad una parte del nostro reddito per finanziare una sanità per tutti; la troviamo in famiglia, quando ognuno dei membri rinuncia a del tempo per sé, o a qualche suo desiderio, per poter far stare bene anche tutti gli altri.
Lo dico in modo scientifico: si rinuncia razionalmente a una quota di utilità individuale per massimizzare l’utilità collettiva, con ritorno indiretto anche per il singolo.
E allora proviamoci, proviamoci un po’ di più. Proviamo a togliere qualche “io” di troppo dalle frasi e a mettere qualche “noi” in più.
Mordiamoci la lingua ogni tanto, gestiamo qualche fastidio interno, ma proviamo ad ascoltare, a capire, a concedere fiducia; E se non ci riusciamo, facciamolo lo stesso.
Se ce l’ha fatta l’Italia, possiamo farcela anche noi.



