Oltre la medaglia

Oltre la medaglia

Lo sport come educazione alla responsabilità, alla competizione sana e alla gestione della sconfitta

In occasione delle Olimpiadi invernali, lo sport torna al centro dell’attenzione pubblica. Lo guardiamo con entusiasmo, commentiamo le medaglie, celebriamo le imprese. Poi, finita la cerimonia, lo archiviamo di nuovo sotto la voce “hobby”, accanto alle attività del tempo libero, come se fosse qualcosa di accessorio rispetto allo studio o al lavoro. Eppure questa classificazione riduttiva dice più di noi che dello sport stesso.

Perché lo sport, in qualunque forma venga praticato – individuale o di squadra, agonistico o amatoriale – non è soltanto movimento. È educazione. Chi lo pratica con continuità lo sa: non si tratta solo di allenare il corpo. Si allena la disciplina, la capacità di pianificare, di organizzare il tempo. Si impara che il miglioramento non è immediato e che la fatica non è un errore di percorso, ma parte integrante della crescita. Ogni allenamento è una scelta di responsabilità verso sé stessi. Ogni gara è un confronto che mette alla prova non solo la preparazione fisica, ma la tenuta mentale.

Lo sport educa alla sconfitta. Educa alla frustrazione. Educa alla sana competizione. Insegna che perdere non equivale a valere meno e che arrivare ultimi non significa aver fallito. A volte significa aver avuto il coraggio di partecipare. Insegna anche a gioire per il compagno che vince e a riconoscere il merito dell’avversario, che non è un nemico ma qualcuno che condivide la stessa fatica, lo stesso allenamento, la stessa tensione prima della partenza. Questa è una lezione di maturità relazionale che difficilmente si apprende sui libri.

Eppure, crescendo, qualcosa cambia. Arriva un momento in cui sembra necessario scegliere: o lo studio “serio” o lo sport “di contorno”. Come se la disciplina servisse solo tra le pagine di un manuale e non anche su una pista, in un campo o su una pedana. Con l’ingresso nell’università, lo sport viene spesso sacrificato, come se fosse un lusso. In altri casi è lo studio a essere vissuto come ostacolo a un percorso sportivo. Questa contrapposizione non è inevitabile. È il risultato di un modello culturale che fatica a riconoscere il valore formativo di entrambi.

Quando lo sport viene relegato a semplice “tempo libero”, si perde l’occasione di formare persone complete. Le competenze sviluppate attraverso la pratica sportiva – gestione del tempo, capacità di sostenere la fatica, rispetto delle regole, spirito di squadra, resilienza – sono le stesse richieste nel percorso universitario e, successivamente, nel mondo del lavoro. Separare rigidamente studio e sport significa ignorare questa continuità.

Le Olimpiadi rappresentano simbolicamente l’eccellenza, ma dietro ogni atleta c’è un percorso fatto di organizzazione, sacrificio, pianificazione e studio delle proprie capacità. Sono elementi che appartengono anche alla formazione accademica. Entrambi i percorsi richiedono dedizione e consapevolezza. Entrambi costruiscono una forma mentis orientata al processo più che al risultato immediato.

Non si tratta di trasformare ogni studente in un atleta o ogni atleta in uno studioso perfetto. Si tratta di riconoscere che sport e università non sono dimensioni in competizione, ma esperienze complementari. Entrambe contribuiscono alla costruzione dell’identità, entrambe insegnano a confrontarsi con il limite, entrambe educano alla responsabilità personale dentro una comunità.

Forse il vero fallimento non è scegliere tra studio e sport. È aver costruito un sistema che li mette in alternativa, anziché in dialogo. E forse il compito delle istituzioni educative oggi è proprio questo: riconoscere che allenare il corpo e formare la mente non sono percorsi separati, ma parti dello stesso progetto di crescita.

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