Quando lo sport e l’Università insegnano a guardare il futuro, LiberaMente.

Quando lo sport e l’Università insegnano a guardare il futuro, LiberaMente.

Esiste una zona d’ombra, comune all’atleta e allo studente, che il mondo attorno raramente riesce a vedere. È il tempo dell’allenamento e della sessione d’esame: quel lungo intervallo lontano dagli applausi e dalle lodi del pubblico e delle famiglie, dove la disciplina si sostituisce alla motivazione. Quando assistiamo a una gara olimpica o a una proclamazione di laurea, vediamo il punto d’arrivo, il tocco accademico, ma la verità risiede nella fatica invisibile, nelle ore di studio in solitaria, nei tentativi falliti e nelle ripetizioni, a volte numerose, che costruiscono una forma mentis precisa.

Sport e Università, in questo senso, condividono una grammatica comune, entrambe educano alla continuità. Sono scuole di lunga durata dove non possono esserci scorciatoie nè certezze immediate; in entrambi i casi, il sacrificio fisico e mentale avviene lontano dagli altri. Una forma di resistenza che, attraverso le rinunce, costruisce competenze e identità future.

E proprio di queste ultime, ne abbiamo avuto un chiaro esempio durante lo svolgimento a Milano-Cortina dei Giochi Olimpici Invernali 2026. Quando l’atleta cinoamericana Eileen Gu è salita sui podi olimpici, il racconto mediatico del suo talento e del successo precoce ha fatto il giro del mondo. Ma quando in passato ha scelto di iscriversi a Stanford e di seguire corsi STEM specializzandosi in fisica quantistica, la narrazione si è fatta improvvisamente sospettosa, come se la complessità fosse un lusso.

Ma in realtà, proprio quella forma mentis comune a studio e sport, le ha consentito di avere quel pensiero critico tale da affrontare accuse di ingratitudine e pressioni geopolitiche (dopo la scelta della Gu di gareggiare sotto la bandiera cinese e non americana). Studiare, in questo contesto, è diventato un gesto di autodifesa intellettuale, uno strumento per sottrarsi alla semplificazione, per non doversi scusare di essere più di “una cosa sola”.

Del resto, anche lo studio universitario non è mai stato un esercizio di compiacenza. Come ricordava il filosofo e sociologo Max Weber, la formazione non serve a fornire risposte rassicuranti all’individuo, ma a fargli porre domande migliori.

E questo vale tanto all’interno di un’aula universitaria quanto su una pista olimpica.

In un mondo che ci vuole incasellare in un’unica disciplina o sotto un’unica bandiera, lo studio e lo sport diventano la nostra personale rivoluzione.

Non chiediamoci solo cosa abbiamo imparato o quante medaglie abbiamo vinto, ma chi siamo diventati mentre nessuno ci guardava.

Perché capire chi vogliamo essere domani, è forse l’esercizio più difficile.

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