Di gelati, bugie e pigri con la paletta (monologo)

Di gelati, bugie e pigri con la paletta (monologo)

(Luci sul palco, un grosso cono gigante simile a quello che sta fuori dalle gelaterie. Tono tranquillo, familiare. Si parte in confidenza.)

Parliamo di gelato. Che è una cosa seria. Una volta c’erano i gusti, oggi le gelaterie sono cambiate.
Non sono dei bar artigianali, sono dei laboratori esperienziali del gusto.
Quando ero piccolo io, invece, c’erano: un frigo, una vecchia col grembiule e dieci gusticontati: cinque alla frutta, cinque creme. Fine.
Non c’era da pensare. Era tutto chiaro: fragola, limone, cioccolato, nocciola, crema.

E manco li vedevi i gusti!
Erano nascosti sotto quei coperchi d’acciaio satinato, tipo i tombini della quinta strada a New York.

Leggevi solo i nomi con il logo vicino. Nomi chiari, onesti, senza storytelling.
Era come leggere l’elenco telefonico: diretto, brutale, meraviglioso.

(Tono più ironico, occhi sgranati, voce caricata di sarcasmo. Fa un mezzo passo avanti verso il pubblico, come a condividere un trauma.)

Oggi invece, entri e trovi gusti con nomi tipo “Emozione d’autunno sulle colline etnee”.
Che poi è castagna, mandorla e un ramo di rosmarino strofinato su una roccia lavica.

Tutto così: pistacchio di Bronte, nocciola del Piemonte, cioccolato di Modica, torta della nonna con pinoli di Pisa, limone femminiello di Siracusa.
Ma dai, ma chi ci crede?
Le nocciole le prendete al supermercato, ammettetelo.
Una volta ho assaggiato un gusto: ricotta, cannella e pere Decane.
Buonissimo, eh, niente da dire.
Anche perché con un gusto solo, ne prendi tre, un risparmio consistente, ‘na svolta!

Tutto felice lo racconto ad un mio amico:
 –  “Oh, ho preso un gusto fantastico: ricotta, cannella e pere Decane!”
E lui mi guarda sgranando gli occhi, come se avessi confessato di mettere la pancetta nella matriciana:
 – “che… peli de cane?”
 – “NO! Pere De-ca-ne” o niente! Non capiva non c’è stato verso.

Per lui resterà per sempre “ricotta, cannella e peli de cane”.

(Cambio tono, più serio e indignato ma sempre comico, come se stesse affrontando un discorso molto importante.)

Ora dico, se fai fatica a capi’ le pere, figurati se ti ricordi del gelato al caffè.

Il caffè tra i gusti è sparito. Puff! Non lo fa più nessuno.
Ma perché? Non era difficile inventarsi qualcosa tipo “Caffè defecato”.
Sì, perché lo sapete no?
Esiste un caffè mangiato da un animale, una specie di zibetto asiatico, digerito, e cagato.
Poi qualcuno con i guanti (spero), recupera il chicco dalle feci, lo lava (spero vivamente)
e lo vende a 70 euro a tazzina.

Ma davvero, che vi costa? Ridateci il gusto caffè!
È un gusto buonissimo, elegante, versatile, lega con tutto.

Che ci vuole a dare dignità al caffè? Chiamatelo: “Moka alle sette e un quarto di mattina”, “Fragranza materna 100% arabica”, accetto tutto ma rimettete il caffè dove merita: dentro al cono!

 (Sguardo acceso, indignato, una mano aperta, come a invocare giustizia. Un respiro profondo. Una pausa di mezzo secondo.)

Ma la colpa di questo scempio di chi è? È loro, dei gelatai!

Si i gelatai, che sembrano farmacisti.
Stanno lì fissi, orgogliosi delle loro pozioni:
 –  “Vuole assaggiare?”
 –  “Cos’è questo?”
 –  “È un viaggio interiore al profumo di fico, con nota di sale dell’Himalaya.”
 –  “Il caffè ce l’hai? No, vabbè fammi provare il limone e vediamo che sai fa’.”

(Scuote la testa.)

Mi fanno una rabbia!

Ma la cosa che odio di più è quando ti chiedono:

–  “che gusti ha scelto?”.
E tu dici:

–  “Cioccolato, pistacchio e noce.”
E lui ti mette: pistacchio, noce e cioccolato.
Ma che me lo chiedi a fare se poi cambi l’ordine!
Io VOGLIO il cioccolato in fondo al cono!
Lo so che è più lontano, lo so che non ti va di allungare il braccetto, ma fallo! Non devi scavare in miniera, è una vaschetta di gelato!

Una volta l’ho chiesto a uno:
 –  “Scusi, perché cambia l’ordine dei gusti?”
E lui, serio, mi fa:
 –  “Per una questione di tenuta della struttura. Le creme più compatte vanno sotto.”
Ma che stai a di’,  a cazzaro! Sei pigro! Non ti va di prendere il gusto più lontano…

(…Pausa. Poi con tono e faccia da pazzo.)

Ma io, io ho trovato il modo. (sottovoce, mano vicino alla bocca) Ho un trucco.
La chiave segreta del cono perfetto. È un gioco di pause.

Tu entri in gelateria, paghi in cassa, ti avvicini al bancone con calma olimpica e quando il finto farmacista ti chiede i gusti, tu inizi:
 – “Cioccolato.”

Qui parte la prima pausa studiata. Guardi i gusti come se dovessi riconoscere un amico d’infanzia. Lo ripeti, convinto, come se avessi avuto una rivelazione mistica:
 – “Cioccolaaato.”

Altra pausa e occhi fissi sul gelataio sguardo severo e solenne.

Nel frattempo, dietro di te la fila comincia ad allungarsi.
Compare una madre con un bambino urlante, dietro di lei un turista tedesco: sandalo francescano, calzini da tennis bianchi e uno zaino da 200 litri che manco il frigo di casa mia!
E per finire un vegano-glutenfree che ha fatto tutta la fila solo perché ha letto la parola “bio” scritta da qualche parte ma non ricorda dove.

E proprio in quel momento cruciale, quando il gelataio, sfinito, stressato, con la fronte imperlata di sudore sta mettendo il cioccolato sul cono, tu secco, piazzi gli altri due gusti.
 –  “Pistacchio e noce.”
Detti così, con naturalezza, come se li avessi sempre saputi.

Non gli dai il tempo di riflettere, non assecondi né la sua creatività, né la sua dannata pigrizia.

A quel punto lui, non ha scelta. Deve sbrigarsi.
Ha la pressione della fila: la madre che sbraita, il tedesco che suda con il frigo sulle spalle, il vegano che ancora sta cercando la scritta “bio” come posseduto dal corvo parlante della settimana enigmistica.
E tu puoi stare certo, li metterà nell’ordine giusto.
Cioccolato sotto, pistacchio in mezzo, noce sopra.
Un cono perfetto.
Un capolavoro dell’inganno.
Altro che consistenza delle creme, ho dimostrato l’INCONSISTENZA della tua pigrizia!

(Finale: calmo, nostalgico, sincero.)

Eppure…
Nonostante tutto, io continuo ad andarci in gelateria.
Quel primo morso, occhi chiusi e per un attimo sei di nuovo bambino. Felice, senza motivo.

Poi riapro gli occhi e vedo er faccione dell’amico mio che me fa:
 –  “che… peli de cane?”

(Esce di scena.)

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