Educare alle relazioni: perché l’educazione sessuo-affettiva riguarda tutti noi
- Novembre 02, 2026
- di
- Pier Luigi Sanna
Quando si parla di educazione sessuo – affettiva all’interno del contesto scolastico, il dibattito tende spesso a concentrarsi sulla sessualità, arrivando a trascurare una parola, che a mio parere risulta altrettanto importante: affettività.
Educare alla sessualità non sta ad indicare informazioni che vengono limitate solamente a concetti quali corpo, riproduzione o prevenzione dalle infezioni sessualmente trasmissibili.
Ma significa anche educare alle emozioni, alle relazioni, al rispetto dell’altro e dei suoi confini, alla consapevolezza del proprio corpo, al consenso e alla capacità di saper riconoscere ciò che caratterizza una relazione sana da una che non lo è.
All’interno di una società dove sia bambini che adolescenti sono precocemente bombardati da una quantità enorme di informazioni, anche attraverso l’uso incontrollato di internet e social network, credo che interrogarsi sul ruolo educativo della scuola sia diventato inevitabile.
Educazione sessuo-affettiva: non parlare soltanto di sessualità
Uno degli equivoci più frequenti è pensare che introdurre l’educazione sessuo-affettiva a scuola comporti un anticipare i tempi di comprensione riguardo a tematiche che non appartengo ancora alla loro età.
A mio avviso, il punto è esattamente l’opposto.
Un percorso educativo dovrebbe essere costruito in maniera graduale e adeguata alle diverse fasi dello sviluppo. Con un bambino non si affrontano gli stessi argomenti e con le stesse modalità che vengono adottate nell’approcciarsi con un adolescente.
Nei primi anni educare all’affettività può significare imparare a riconoscere le emozioni, comprendere il valore del proprio corpo, distinguere un contatto desiderato da uno che può provocare disagio, imparare che è possibile dire “no” e, allo stesso tempo, comprendere che anche il “no dell’altra persona va rispettato.
Crescendo, questi primi apprendimenti possono accompagnare la persona verso argomenti più complessi: i cambiamenti che si affrontano durante la pubertà, il presentarsi dell’attrazione, l’innamoramento, la sessualità, il consenso, la contraccezione, ma anche, e soprattutto, la prevenzione.
L’intimità rappresenta la costruzione di relazioni fondate sul rispetto reciproco, è un passo importante per creare la futura generazione di adulti più consapevoli.
Per questo ritengo che parlare di educazione sessuo-affettiva significhi, prima di tutto, parlare di educazione alla persona e alla relazione.
A quale età bisognerebbe iniziare?
Non credo esista un’unica età nella quale improvvisamente possa diventare essenziale parlare di affettività. L’educazione affettiva, in forme differenti, ritengo che possa accompagnare la persona sin dall’infanzia.
Già nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria è possibile lavorare sulla conoscenza del corpo, sul riconoscimento delle emozioni, sul rispetto dello spazio personale, sulla reciprocità e sulla capacità di chiedere aiuto. Non si tratta quindi di imporre ai bambini contenuti propri del mondo adulto, ma di fornire loro degli strumenti che siano comprensibili e coerenti con l’età.
Con il giungere della preadolescenza il percorso potrebbe divenire progressivamente più strutturato. I cambiamenti corporei ed emotivi, la costruzione dell’identità, le prime esperienze sentimentali e l’accesso sempre più autonomo al mondo digitale rendono necessario un spazio che venga costruito per offrire ai ragazzi e alle ragazze la possibilità di poter porre delle domande e ricevere risposte corrette. Durante l’adolescenza, inoltre, credo che possa diventare fondamentale affrontare il tema del consenso.
Comprendere che una relazione non attribuisce diritto e controllo sul corpo di qualcun altro, che il consenso deve essere libero e che la singola persona può arrivare a ritirare tale consenso, rappresenta un elemento importante dell’educazione alle relazioni.
Chi dovrebbe occuparsene?
Un’altra domanda centrale riguarda chi dovrebbe insegnare educazione sessuo-affettiva.
Personalmente credo che l’attribuzione di una tale responsabilità ad una singola figura professionale possa essere alquanto riduttivo. La complessità dell’argomento richiede piuttosto un approccio multidisciplinare.
Gli insegnanti possono svolgere un importante ruolo educativo e accompagnare nel tempo bambini e ragazzi, ma dovrebbero essere adeguatamente formati e affiancati, quando necessario, da professionisti con competenze specifiche.
In un contesto come questo ritengo particolarmente importante anche il ruolo dell’educatore sessuale, una figura formata per affrontare sessualità non esclusivamente dal punto di vista biologico o preventivo, ma all’interno di una prospettiva educativa più ampia, che comprenda affettività, relazioni, consapevolezza del corpo, rispetto dei confini personali, consenso e responsabilità.
Il suo contributo può essere particolarmente significativo perché consentirebbe di creare degli spazi educativi nei quali bambini, adolescenti e giovani possano affrontare dubbi e domande usando un linguaggio idoneo alla loro età, senza che la sessualità venga presentata come un argomento di cui avere paura o vergogna.
Una figura che fornisce un notevole contributo alla comprensione e allo sviluppo della capacità di riconoscere eventuali stereotipi, pressioni sociali e rappresentazioni distorte delle relazioni e della sessualità, specialmente quelle che possono essere incontrate precocemente attraverso internet.
Il suo compito, però, non sta nel sostituirsi alle altre figure, quali famiglia, insegnanti o altri professionisti.
Al contrario, credo possa rappresentare una figura essenziale all’interno di una collaborazione multidisciplinare. Educatori sessuali, educatori socio-pedagogici, pedagogisti, psicologi, insegnanti, e professionisti nell’ambito sanitario possano offrire delle prospettive differenti ma complementari. Alcuni aspetti riguardano la salute e la prevenzione, altri lo sviluppo emotivo, altri ancora le dinamiche relazionali, educative e sociali.
Proprio per questo ritengo, che sarebbe importante evitare di trasformare l’educazione sessuo-affettiva in una singola lezione occasionale. Un incontro isolato non rappresenterebbe a parer mio un problema, perché fornirebbe delle informazioni che ad ogni modo risulterebbero essenziali alla comprensione di un tema così vasto, tuttavia non potrebbe essere considerato come un vero e proprio percorso educativo.
Questo perché educare richiede continuità, gradualità e relazione. Anche la famiglia mantiene un ruolo importante, e il rapporto di continuità tra famiglia e scuola dovrebbe continuare ad esistere. Devono formare una comunità educante, che sappia accompagnare bambini e ragazzi nella costruzione di un rapporto più consapevole sia con sé stessi che con gli altri.
Educare anche al mondo digitale
C’è poi un elemento che al giorno d’oggi non possiamo ignorare, e che abbiamo reso un aspetto simbiotico della nostra quotidianità: internet.
Una parte considerevole dell’esperienza relazionale degli adolescenti passa attraverso smartphone, social network, e piattaforme digitali. Anche la curiosità verso la sessualità porta alla ricerca online delle risposte immediate, ma che non sono sempre corrette o adeguate.
Quando ci si ritrova all’interno di un contesto dove gli adulti si assentano dal trattare con apertura questi temi, determinando la costruzione di tabu, il rischio che i giovani possano trovare online le risposte che cercano si fa sempre più elevato, portando internet a divenire lo strumento principale con il quale costruirsi un’idea di sessualità. L’educazione sessuo-affettiva dovrebbe quindi comprendere anche una vera e propria educazione alla sessualità e all’affettività digitale, in questo modo si arriverebbe a riflettere su aspetti importanti come la condivisione di immagini intime, si arriverebbe a parlare della tutela della propria privacy, del rispetto dell’altro anche attraverso il mondo online, e permetterebbe di comprendere la differenza tra la rappresentazione della sessualità proposta da determinati contenuti e la complessità delle relazioni reali.
Quali effetti potrebbe avere sulla società?
L’educazione sessuo-affettiva non riguarda solo il benessere individuale di bambini e adolescenti. I suoi effetti si possono estendere alla società nella quale quelle persone, una volta adulte, costruiranno delle proprie relazioni.
Una persona che risulta capace di comprendere le proprie emozioni, comunicare i propri limiti, rispettare quelli altrui e comprendere il significato del consenso possiede gli strumenti adeguati per costruire rapporti più consapevoli.
Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva possa, da sola, eliminare fenomeni complessi come la violenza relazionale, le discriminazioni, il bullismo o le diverse forme di abuso.
Questo può verificarsi perché tali fenomeni possono avere delle cause molteplici, ciò nonostante rimangono fenomeni che possono essere arginati attraverso la prevenzione, consentendo di creare una comunità di persone sempre più consapevole e rispettosa, attraverso insegnamenti profondi come: volere bene a qualcuno non significa limitarne la libertà.
Dalla scuola all’università: formare anche chi dovrà educare
Il tema riguarda anche la formazione universitaria. Se chiediamo alla scuola di assumere un ruolo maggiore nell’educazione affettiva e relazionale, dobbiamo contemporaneamente chiederci chi formerà coloro che saranno chiamati a svolgere questo compito.
Per chi, come me, studia nell’ambito dell’educazione e della formazione, interrogarsi su questi argomenti significa anche riflettere sulla responsabilità educativa che potremmo assumere professionalmente in futuro.
In questa prospettiva, risulta particolarmente importante la formazione nell’ambito dell’educazione sessuale, che può integrare le competenze pedagogiche ed educative con conoscenze specifiche relative alla sessualità, all’affettività, al consenso, alla prevenzione e alle dinamiche relazionali. Preparare professionisti capaci di parlare di sessualità e affettività in maniera competente significa, a mio parere, investire non solo sulla formazione dei singoli, ma sulla capacità della società di educare alle relazioni prima ancora di dover intervenire sulle loro conseguenze.
Molto spesso ci interroghiamo su determinati comportamenti quando si sono già manifestati, come ad esempio una relazione che diventa violenta. L’educazione, invece, ci invita a intervenire prima.
Non per controllare ogni esperienza dei ragazzi e nemmeno per sostituirci alle loro scelte, ma per offrire loro gli strumenti necessari affinché possano compierle con maggiore consapevolezza.
Perché educare alla sessualità significa educare all’affettività, educare all’affettività significa educare alle relazioni, ed educare alle relazioni significa contribuire alla formazione delle persone che costruiranno la società di domani.
Per questo prima ancora di essere una questione scolastica, considero l’educazione sessuo-affettiva una responsabilità educativa e sociale.






