Non solo sport: il valore educativo delle storie di Zanardi e Bebe Vio
- Maggio 11, 2026
- di
- Monica A. M. Guidi
Riflessioni educative tra resilienza, abilismo e apprendimento
Negli ultimi anni le Paralimpiadi hanno contribuito a modificare il modo in cui bambini e adolescenti osservano il tema della disabilità. Figure pubbliche come Alex Zanardi e Bebe Vio sono entrate nell’immaginario collettivo non soltanto come atleti, ma anche come esempi di adattamento, ridefinizione delle possibilità e ricerca di nuove strategie davanti a una difficoltà.
In ambito educativo, tuttavia, il loro valore non risiede tanto nella costruzione dell’“eroe che non si arrende”, quanto nella possibilità di aprire riflessioni più profonde sul corpo, sul limite e sul modo in cui le persone affrontano il cambiamento.
Il rischio, infatti, è quello di trasformare il concetto di resilienza in una narrazione semplificata basata sull’idea che “basta volerlo”. In realtà, lavorare sulla resilienza significa accompagnare bambini e ragazzi a comprendere che davanti a un ostacolo possono esistere tempi, risorse e modalità differenti di adattamento.
In questo senso, le storie di Zanardi e Bebe Vio possono diventare strumenti educativi interessanti non perché rappresentano esperienze “straordinarie”, ma perché permettono di porre domande accessibili anche ai più piccoli: come cambia il modo di fare le cose quando il corpo incontra una difficoltà? Esiste un solo modo corretto per riuscire in qualcosa? Quanto conta lo sguardo degli altri?
Partendo da queste riflessioni, alcune attività proposte nella scuola dell’infanzia e con gruppi di adolescenti hanno cercato di trasformare concetti astratti in situazioni concrete. L’apprendimento attraverso il corpo, l’azione e la relazione permette infatti ai bambini di avvicinarsi a temi complessi in modo diretto e comprensibile.
Con i bambini della scuola dell’infanzia il lavoro è stato sviluppato attraverso attività semplici ma fortemente coinvolgenti. Alcune prove manipolative e di gioco sono state svolte limitando volontariamente l’uso della mano dominante oppure introducendo esperienze temporaneamente prive del supporto visivo, sempre accompagnate dalla presenza e dall’aiuto di un compagno.
L’obiettivo non era simulare la disabilità, ma permettere ai bambini di sperimentare strategie alternative, collaborazione e riorganizzazione dell’azione. In una delle attività, ad esempio, i bambini hanno giocato con i LEGO utilizzando un solo braccio, cercando spontaneamente nuovi modi per costruire, incastrare o trasportare i pezzi.
L’aspetto più interessante emerso dall’esperienza non è stato il limite in sé, ma il modo in cui il gruppo ha reagito alla difficoltà: tentativi, problem solving spontaneo, ricerca di nuove possibilità operative e attenzione reciproca.
Anche le attività prive del supporto visivo hanno generato osservazioni significative. Alcuni bambini hanno iniziato a chiedere aiuto al compagno, altri hanno cercato punti di riferimento diversi dal canale visivo, mentre altri ancora hanno espresso curiosità rispetto al modo in cui una persona possa orientarsi o svolgere azioni quotidiane senza vedere.
Con il gruppo degli adolescenti, invece, il lavoro si è spostato maggiormente sul linguaggio e sulla riflessione sociale. Concetti come resilienza e abilismo sono stati discussi collettivamente, permettendo ai ragazzi di confrontarsi non solo con le definizioni teoriche, ma anche con esempi quotidiani e vissuti personali.
In particolare, il tema dell’abilismo ha aperto una riflessione sul modo in cui la società tende spesso a considerare “normale” un unico modo di essere, apprendere o muoversi, rischiando di trasformare la differenza in limite sociale prima ancora che fisico.
Più che trasmettere un messaggio motivazionale, esperienze di questo tipo permettono di lavorare sullo sguardo. Non si tratta di insegnare ai bambini e ai ragazzi a “superare tutto”, ma di aiutarli a comprendere che non esiste un unico modo corretto di fare le cose, apprendere o affrontare una difficoltà.
Ed è forse proprio questo uno degli insegnamenti più importanti che esperienze sportive e umane come quelle di Zanardi e Bebe Vio possono offrire oggi ai contesti educativi: non l’idea della perfezione o della forza a tutti i costi, ma la possibilità di immaginare modalità differenti di partecipazione, apprendimento e relazione.






