La famiglia nel bosco: quando i figli non sono dei genitori

La famiglia nel bosco: quando i figli non sono dei genitori

Pregiudizi e disinformazione

L’aspetto che forse più di tutti mi ha colpito dell’intera vicenda, al di là del lato più tecnico dovuto alla mia formazione da assistente sociale e da educatrice di comunità, è legato all’enorme esposizione e risonanza mediatica che ha ottenuto questa famiglia, assieme al dibattito sul senso di famiglia.

Ognuno è libero di avere un’opinione sulla vicenda della famiglia nel bosco, la può ritenere una scelta coraggiosa oppure sconsiderata, e ciò rimane un proprio legittimo pensiero. Tuttavia, quello a cui non dovremmo assistere è il (pre)giudizio negativo nei confronti dell’operato di assistenti sociali e magistratura, trasformando il benessere e il futuro di tre bambini già ampiamente e ingiustamente pubblicizzati e mostrati in tutti i media diventando anche oggetto di dibattito, in un becero tifo da stadio a favore dei genitori, senza nemmeno conoscerne i dettagli.

È qui che nasce una prima importante considerazione. I genitori non sempre sono perfetti, perché sono pur sempre essere umani che possono commettere errori; i loro figli però, hanno il diritto di non subire le conseguenze di quegli errori e di avere accesso a tutte le migliori possibilità per costruire il proprio futuro ed eventualmente scegliere da adulti di sbagliare a loro volta. Per questo, i figli sono in fondo figli della nostra società, che come tale si identifica anche nello Stato, a cui dobbiamo dare fiducia nel prendersi cura dei minori a cui potenzialmente potrebbe essere stata tolta la libertà di sperimentarsi.

Dobbiamo quindi dare fiducia anche a quelle figure professionali a cui è stata ingiustamente affibbiata l’etichetta negativa di “coloro che portano via i bambini”, ma che svolgono invece un lavoro di primaria importanza per proteggere proprio quei bambini che tutti stanno dicendo di amare e di dover salvare: quindi sì, i figli non sono (solo) dei genitori.

La famiglia nel bosco: di cosa stiamo parlando?

Sicuramente saprete di cosa si sta parlando, ma ritengo sia necessario fare chiarezza in questo mare di informazioni. Siamo di fronte ad una famiglia che nel 2017 ha scelto l’Abruzzo per portare avanti il proprio progetto di vita: madre di origine australiana, padre inglese e tre figli (due gemelli di 6 anni e una figlia maggiore di 8). I genitori si trasferiscono con un progetto ben preciso in mente: vivere e far crescere la propria famiglia in un luogo bucolico, senza le modernità del XXI secolo, a stretto contatto con la natura e senza le influenze del mondo globalizzato.

L’utopia di una vita al di fuori della società moderna può sembrare un sospiro di sollievo dalla freneticità della vita e può essere una soluzione applicabile nel momento in cui si riesca a provvedere al proprio sostentamento, ma solo a condizione che venga scelta da degli adulti consapevoli.

Si tratta di libertà, è lecito e non va contro la legge; peccato che, dei minori di 6 e 8 anni non abbiano questa fortuna chiamata scelta, e che l’imposizione di questo tipo di vita si scontri per diversi motivi con la legge italiana riguardo la tutela dei minori.

La legislazione italiana in merito alla tutela del minore

L’ordinanza del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila datata 13/11/2025, spiega in maniera approfondita l’intera vicenda: dalle prime dinamiche e segnalazioni al servizio sociale dovute ad una intossicazione da funghi, fino alla disposizione di collocamento per i minori in una casa-famiglia.

Le motivazioni dietro all’intervento del servizio sociale sono molteplici, e indagano tutto tranne che la scelta di vita legittima dei due genitori. Ritengo che il punto di partenza fondamentale per capire al meglio la vicenda, punto che l’opinione pubblica a volte dimentica, sia che gli/le assistenti sociali sono dovuti intervenire in quanto aventi obblighi professionali legati alla legislazione che tutela i diritti fondamentali dei bambini e basando il proprio metodo e intervento su precise teorie scientifiche, scegliendo il metodo ritenuto più adatto grazie a quella che nel Codice Deontologico degli assistenti sociali viene chiamata autonomia tecnico-professionale.

Infatti, l’Articolo 4 del Codice recita: “L’esercizio della professione si basa su fondamenti etici e scientifici, sulla disciplina accademica, sulla pratica, sull’autonomia tecnico-professionale e sull’indipendenza di giudizio”.

Tornando all’ordinanza del Tribunale che tanto ha fatto discutere, indicando l’allontanamento dei tre bambini con il conseguente inserimento in una comunità educativa, essa spiega nel dettaglio le motivazioni e i riferimenti legislativi che hanno portato a queste scelte.

E quindi no, non si tratta solo di “una scelta di vita radicale e sana, una vita senza violenza, degrado e povertà” come spesso viene raccontato semplificando di molto la vicenda, nonché degradando il lavoro di molti professionisti che operano nell’ambito di tutela minorile. E non si tratta nemmeno di paura o limitazione della libertà personale.

Esiste una letteratura scientifica attraverso la quale è possibile spiegare perché la vita dei bambini nel bosco non sia adatta al corretto sviluppo psico-socio-educativo degli stessi e perché il Tribunale dell’Aquila abbia decretato la sospensione della responsabilità genitoriale e la nomina di un tutore provvisorio. Andando più nel dettaglio, le motivazioni descritte dall’Ordinanza, che provengono da una valutazione approfondita dell’ambiente e della famiglia, sono:

  • insufficienti condizioni igienico-sanitarie nonché di sicurezza dell’abitazione e conseguenti rischi per la salute dei minori, unito al rifiuto di interventi risolutivi da parte dei genitori;
  • mancata adesione da parte della famiglia all’impegno di un accesso settimanale presso un centro socio-psico-educativo della zona, dove sarebbero state svolte attività di supporto alla genitorialità, includendo quindi attivamente il padre e la madre;
  • rifiuto da parte dei genitori di effettuare, su richiesta della pediatra incaricata, una visita neuropsichiatrica infantile per una globale valutazione psicologica e comportamentale, nonché degli esami ematochimici per valutare lo stato immunitario vaccinale: i genitori avrebbero risposto che questi esami sarebbero stati effettuati solo sotto compenso di 50.000 euro per ogni minore;
  • irregolarità nell’istruzione scolastica dei minori: i genitori hanno dichiarato di promuovere la pratica dell’unschooling, cioè un’educazione completamente libera e non guidata da programmi e lezioni scolastiche. Tuttavia questo sistema, a differenza dell’homeschooling, non è riconosciuto dalla legge italiana; inoltre i genitori non hanno voluto fornire né al Tribunale né ai servizi sociali la dichiarazione annuale di conformità che avrebbero dovuto inviare al dirigente scolastico della scuola più vicina per i normali controlli. Va sottolineato anche che l’ordinanza non indaga sul mancato diritto allo studio, che verrebbe garantito per legge con l’homeschooling, ma sul pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione (articolo 2 della Costituzione) che può produrre gravi conseguenze psichiche ed educative nel minore;
  • deprivazione del confronto tra pari in età scolare che può avere effetti negativi sullo sviluppo, sulla socializzazione e sulle competenze cognitivo/emotive dei minori: infatti, come riporta l’ordinanza stessa:

“In ambito scolastico il confronto e l’interazione con i compagni sono cruciali per l’apprendimento e il successo formativo. La letteratura scientifica (Teoria Socio Culturale di Vygotskij, Teoria Cognitivo-Evolutiva di Piaget, Teoria dell’Apprendimento Sociale di Bandura, Teoria Ecologica di Bronfenbrenner, Teoria dello Sviluppo Psicosociale di Erik Erikson) al riguardo ha compiutamente descritto i potenziali effetti della loro assenza.”;

  • difficoltà nell’apprendimento cooperativo tra pari e nel confronto con prospettive diverse, nonchè scarso sviluppo di abilità sociali e comunicative;
  • rischio di mancanza di autostima e motivazione: la deprivazione può limitare la possibilità di ricevere conferme e valorizzazione dai coetanei;
  • problemi di regolazione emotiva e comportamentale, nonché fatica a gestire i conflitti manifestando isolamento o, al contrario, aggressività;
  • condotte inadeguate da parte dei genitori che avrebbero violato il diritto dei minori alla riservatezza e alla tutela dell’identità personale (art. 16 Convenzione New York 20 novembre 1989, art. 8 CEDU, art. 7 Carta dei diritti fondamentali UE) partecipando al programma televisivo “Le iene”.

La moltitudine di motivazioni descritte dimostra quali conseguenze possa avere l’isolamento sociale e la lesione del diritto alla vita di relazione, che non si limita quindi ad una “semplice e pura vita nei boschi”. La scelta di vita della coppia estesa anche ai figli, pregiudica il corretto sviluppo dei minori: per evitare l’allontanamento dal nucleo familiare (che solitamente viene proposto solo nei casi più gravi e come soluzione ultima), ai genitori sono stati offerti degli strumenti e delle proposte concrete per poter adeguare la propria situazione ad una migliore condizione per i figli, con l’obiettivo di mantenere la famiglia unita (obiettivo che è sempre primario per i professionisti della tutela dei minori). Tuttavia le misure sono state tutte inizialmente rifiutate, portando così ad una sospensione della responsabilità genitoriale, che è per sua natura limitata nel tempo e sottoposta ad una costante rivalutazione nel corso del tempo.

In conclusione, si tratta certamente di una vicenda con molte complessità e che non ha una soluzione semplice e univoca, ma una certezza è presente: esistono dei professionisti che questa complessità la sanno gestire e il cui unico obiettivo è il benessere della famiglia e dei tre minori a cui vanno garantiti quei livelli minimi per diventare gli adulti che desiderano, e nella società dei loro sogni.

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