L’omosessualità non è una malattia

L’omosessualità non è una malattia

Dal 1990 ai giorni nostri: una Comunità arcobaleno sempre in costante lotta

Il 17 maggio 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) cancella dall’elenco delle malattie mentali l’omosessualità. L’OMS stessa ha iniziato a definirla come una “una variante naturale del comportamento umano”. Questo è considerato un evento epocale, tant’è che, quattordici anni dopo, viene istituita, proprio il 17 Maggio, “La giornata mondiale contro l’omofobia” (attualmente “La giornata mondiale contro l’omofobia, la transfobia, e la bifobia”) chiamata, in lingua inglese, “International Day Against Homophobia (IDAHO)” che, ancora oggi, è ricordata in diversi paesi del mondo, non solo da associazioni, ma anche da aziende, scuole, università e cariche dello Stato (in Italia è netta e forte la presa di posizione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di cui sono chiari i riferimenti alla Costituzione ed, in particolare, alla transfobia, di cui, spesso, si cerca di evitare di parlare).

Quanto accaduto nel 1990 risulta essere un grande passo, ma forse non è abbastanza. Infatti, nonostante ciò, le persone appartenenti alla Comunità arcobaleno (LGBTQ+), in moltissimi paesi, compresa l’Italia, devono ancora lottare affinché si vedano garantiti quelli che dovrebbero essere diritti fondamentali. Diritti fondamentali di esseri umani, di persone come le altre, di persone che amano come amano tutte le altre, di persone che provano dei sentimenti, di persone che vogliono vivere una vita normale. Diritti che vengono negati a causa di soggetti/istituzioni ai cui occhi, chi appartiene Comunità arcobaleno non appare conforme a quelli che per loro sono gli “standard tradizionali”. Si viene ostacolati, denigrati, emarginati, insultati, picchiati, uccisi.

È a causa di tutto ciò, di questo odio nei loro confronti, che i membri LGBTQ+ devono spesso vivere nell’ombra, nascondersi dalle proprie famiglie, nascondersi quando camminano per la strada, a scuola, nello sport. Al giorno d’oggi, aprirsi non è ancora del tutto sicuro (si pensi alle repressioni violente in paesi islamici o in regimi dittatoriali, dove non ci si può esprimere o essere sé stessi, pena la morte).

Bisogna anche dire, però, che i passi in avanti sono stati molti, in diversi paesi razionali, non chiusi, dove ormai, da quasi più di vent’anni, ad esempio, vengono riconosciuti pieni diritti alle persone appartenenti alla Comunità arcobaleno come i matrimoni o il riconoscimento di figli/e con due mamme o due papà. D’altro canto, in Italia, non sta accadendo nulla di ciò; un paese dove si è ancora fermi alla Legge Cirinnà (Legge 20 maggio 2016 n.76) in merito alla “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, un punto di partenza, ma non ancora il punto di arrivo sperato, anche in virtù del fatto che non si sia ancora istituita una Legge contro ogni forma di discriminazione verso la Comunità LGBTQ+.

Per questo, oggi, 2023, non si può stare in silenzio. Basti pensare ai dati preoccupanti su questo tema: l’Ansa riporta che il servizio telefonico (numero verde) contro l’omotransfobia (Gay Help Line) dichiara che, solo nell’ultimo anno, sono stati ricevuti 21mila contatti; Adnkronos riporta, invece, che le vittime di discriminazione e violenza, sempre nell’ultimo anno, sono state 165; preoccupante è anche la percentuale di giovani che subiscono violenze in famiglia dopo aver fatto coming out. Se si prendono in considerazione i dati di Arcigay nell’ultimo anno, sono stati tre gli omicidi, tre i suicidi e 133 “le storie di odio”; tutto questo tenendo conto dell’alto tasso di vittime che, per paura, non riescono a denunciare.

Se le istituzioni non adempiono correttamente ai loro doveri e non fanno nulla per porre fine a tutto questo clima di odio ingiustificato, saranno le associazioni, gli stessi membri e i loro sostenitori a combattere con il loro incessante lavoro di aiuto, di sostegno, di diffusione, nonostante le fatiche, nonostante le numerose difficoltà, con ogni mezzo a disposizione: da un semplice cartello, una bandiera, un post su social, un Pride nella propria città, un numero verde o un luogo di aggregazione, davvero ogni strumento possibile.

“Ne hai toccato uno, li hai toccati tutti”.

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