Memorie di viaggio – i posti di scarico
- Settembre 21, 2026
- di
- Samantha Manfrinato
Quando si parla di viaggi, si pensa quasi sempre alle destinazioni.
Alle città da visitare, ai monumenti da fotografare, ai panorami da condividere sui social. Eppure, a volte capiti in luoghi che non sono né punti di arrivo, né di partenza.
Io posso dirlo. Ci sono stata, in uno di quei luoghi.
Me ne stavo lì, nell’arsura di un ferragosto qualunque, in cerca di una stanza dell’ultimo minuto, che costasse meno della mia Fiat 600 rossa. Avevo trascorso la mattinata a maledire più volte le feste e le mie tasche, fin quando, per caso o per destino, mi imbattei in uno di quei luoghi.
Si presentava così, sul motore di ricerca: una camera a pochi spiccioli, senza fronzoli né aspettative, presso un alberghetto ad una mezz’ora di auto da Genova.
Valigia, partenza. Sarei stata lì in serata. Due orette scarse, io e la mia fidata 600 eravamo già giunte a destinazione.
Era bel tempo, ma appena scesa dalla macchina, il profumo di erba e di pioggia delle ore precedenti, mi si era subito intrufolato nelle narici.
Il parcheggio era un’area sterrata ai piedi dei boschi, lungo la statale che porta al passo del Turchino. Tutt’intorno, silenzio e verde. Non quello curato dei giardini botanici, ma un trionfo incolto di vegetazione boschiva. Un verde vivo, imperfetto, cresciuto secondo regole tutte sue.
Non avevo grandi aspettative. Pensavo soltanto che lì avrei speso poco e l’indomani avrei raggiunto in fretta il mare.
Quando arrivai alla struttura, ebbi la sensazione di essere entrata in un’altra epoca. Le prenotazioni erano ancora annotate su un quaderno. L’arredamento sembrava rimasto fermo a decenni fa. La mia camera conteneva soltanto l’essenziale: un letto, un comodino e un armadio in arte povera. Una finestra, da cui pendeva una zanzariera strappata, si affacciava su un’unica tela verde, tagliata di netto dal grigio dell’asfalto.
Feci una doccia veloce, ignorando lo scarafaggio stecchito dietro alla porta del bagno, e scesi di sotto a mangiare qualcosa.
Il dehor consisteva in un’area con qualche tavolo sgangherato in plasticaccia, dove alcune galline giravano, beccando qua e là, fra la ghiaietta.
La mattina seguente la colazione era semplicissima: pane, burro, marmellata e fette biscottate. Niente buffet spettacolari, niente lusso. Eppure in quel luogo c’era qualcosa di sorprendentemente rassicurante.
Dopo aver pagato il conto, salii in macchina e ripartii verso Genova. Fu durante il viaggio che mi resi conto di una cosa: la stanchezza che mi ero portata dietro per mesi sembrava essere rimasta lì.
Da quel momento ho iniziato a pensare all’esistenza di quelli che ora chiamo “posti di scarico”.
Luoghi che non devono essere perfetti, moderni, instagrammabili. Luoghi che non hanno bisogno di reinventarsi continuamente. Esistono semplicemente per accogliere chi passa.
Forse, senza saperlo, raccolgono la fatica dei camionisti, dei rappresentanti, dei lavoratori in viaggio e dei turisti stanchi. Assorbono frustrazioni, preoccupazioni e pensieri pesanti, in silenzio e senza giudizio.
Credo che il loro valore stia proprio qui. In un mondo che corre verso la novità e l’apparenza, alcuni luoghi continuano a offrire qualcosa di molto più raro: la possibilità di fermarsi, lasciare andare un peso e ripartire un po’ più leggeri.
Non tutti i posti devono essere ricordati per ciò che mostrano. Alcuni meritano di essere ricordati per ciò che riescono a portare via.






