Il sassofonista: anatomia di un essere rumoroso (monologo)
- Giugno 15, 2026
- di
- Massimiliano Lostumbo
(Un sassofonista di mezza età, capelli spettinati, vestito con camicia larga e pantofole. Entra in scena con il sassofono a tracolla e un’espressione epica.)
Il sassofono… è uno strumento bello, dannato e rumoroso.
Un oggetto meraviglioso che riesce, con la stessa naturalezza a fare piangere un pubblico e a far imbestialire un condominio intero.
(Sospira, guardando lo strumento.)
È fatto di leve, molle, viti microscopiche, una specie di orologio svizzero.
Solo che invece di darti l’ora… ti dà problemi.
Un piccolo mostro dorato che si muove come un macchinario perfetto.
Che poi, a pensarci bene è uno strumento musicale, anche lui scandisce il tempo.
L’inventore di tutto questo è stato Adolphe Sax.
Partì dal clarinetto. Aggiunse metallo, leve, chiavi, curve ma morì prima di capire che un giorno, qualcuno lo avrebbe suonato a palla, alle tre di notte, in un monolocale a Primavalle.
(Si avvicina al pubblico, confidenziale.)
Ma vogliamo parlare di noi sassofonisti?
Siamo strani. GENTE STRANISSIMA.
C’è quello che suona solo in bagno, “per l’acustica” dice.
Chi suona nella cabina armadio, “è un ambiente perfettamente insonorizzato”. Si, anche perfettamente claustrofobico.
C’è quello che si sente l’unico erede spirituale di Coltrane, ma ha 47 anni, abita ancora con la madre e suona Baglioni.
E per finire c’è quello che inizia a suonare alle undici di sera. Giura con sguardo sincero: “è solo per scaricare la tensione”. Il risultato?
Nelle case accanto si sentono colpi sul muro, bambini che piangono e madri che imprecano dicendo: “Oddio sta ricominciando…”.
Perché il sassofono non si suona. Il sassofono, (scandendo) si IM-PO-NE.
(Sempre più teatrale.)
Tra noi discepoli del becco poi, ci sono i CONSIGLI. Sempre gli stessi. Un universo parallelo dove ognuno è un guru. L’ancia si bagna con metodi che variano dal mistico, al penale.
C’è chi la mette nel vino rosso, chi la bagna nella grappa, chi la lima con carta vetrata.
Altri ti consigliano: “metti l’ancia un decimo di millimetro oltre il bordo, altrimenti è un disastro“ oppure “un giro di nastro da carrozziere sul sughero, fidati frate’.”
Poi, se qualcosa non funziona… è sempre colpa del sax.
Esce una nota stridula? Inizia la tarantella: ti guardi lo strumento, lo rigiri tra le mani con aria preoccupata, fingi di avvitare il becco con nonchalance.
Operazioni che ricordano esattamente il calciatore che, appena sparato il rigore in curva, fa finta di sistemare una zolla di terra inesistente. Come a dire: “Non è colpa mia, è colpa del campo.”
E così il sassofonista: “non è colpa mia, è l’ancia”, “è il sughero”, “lo strumento è freddo”, “è la luna piena.”
La verità è un’altra.
Il sax… non ha la nota pronta. Non basta il ditino e la tiri fuori. No!
La nota, la crea il sassofonista.
È un impasto sottile e potente: dita, aria… e sentimento.
Un po’ come un motore a scoppio: al posto dei pistoni ci sono le dita, al posto della compressione c’è il fiato e al posto della benzina…
(Pausa.)
c’è il sentimento.
Che brucia, che fa rumore. Che spinge tutto in avanti.
(Guarda lo strumento come fosse una reliquia e filosofico.)
Ma alla fine, alla fine lo capisci.
Il sassofono non è solo uno strumento. È una relazione tossica.
Nasce tutto in quella fase, quando il sassofonista non suona. Lo brama con lo sguardo, gli dà una spolverata lenta e sensuale e in sottofondo, nella sua testa, parte Fausto Papetti, si proprio lui!
Quello delle copertine anni’70: le donne seminude, il sax a tracolla, lo sguardo perso tra fumo e pensieri sbagliati.
Perché, il sassofono ammettiamolo, è lo strumento più erotico dell’orchestra.
Il sax non lo sfiori, non lo tieni, lo abbracci. Lo possiedi.
Per il sassofonista, dilettante o professionista che sia, il vero gusto è averlo tra le mani.
E qui, le allusioni si sprecano, volete vedere?
Ti prosciuga. Ti sfianca. Ti fa godere!
Devo continuare?
Lo desideri quando non lo tocchi da un po’, poi, quando lo riponi, ti senti vuoto. Ma fiero.
Ti ha fatto soffrire e ti ha reso vivo.
Sì, stiamo ancora parlando di lui.
Non c’è malizia, solo verità: il sassofono è questo.
Chi lo conosce lo sa.
(Sorridente con tono cadenzato.)
Ma ora basta con le allusioni, torniamo a noi.
Possiamo parlare di becchi, di ance, di chiver storti, possiamo discutere ore su chi è più intonato o su chi ha più fiato.
Possiamo anche continuare a darci consigli tra noi, tipo;
(Voce sforzatamente raffinata, con pronuncia jass.)
“se sbagli una nota, fai finta che è jazz.”
(Serio, teatrale, come un grande attore alla fine del suo pezzo.)
Ma tanto, alla fine, il sax non si spiega, si suona!
E quindi… basta parlare di sassofono. Io vado a suonare.
Perché, come diceva il grande Frank Zappa:
(Pausa drammatica, poi guarda il pubblico sgranando gli occhi.)
“Parlare di musica è come ballare di architettura”.
(Esce di scena suonando le prime note di Harlem Nocturne.)






