È l’amore a plasmare il cervello dei genitori? Cosa ci insegna una ricerca di Ruth Feldman

È l’amore a plasmare il cervello dei genitori? Cosa ci insegna una ricerca di Ruth Feldman

Per molto tempo si è pensato che l’istinto materno fosse quasi esclusivamente una questione biologica. Le neuroscienze degli ultimi anni stanno però raccontando una storia più complessa e, per certi aspetti, ancora più affascinante.

Nel 2014 la neuroscienziata Ruth Feldman, della Bar-Ilan University, insieme ai suoi collaboratori, ha pubblicato uno studio destinato a far discutere la comunità scientifica. L’obiettivo era comprendere se il cervello dei genitori rispondesse alla cura dei figli in modo diverso a seconda del sesso oppure del ruolo realmente svolto nella vita quotidiana.

Per farlo i ricercatori hanno confrontato tre gruppi di neogenitori: madri eterosessuali principali caregiver, padri eterosessuali con un ruolo di cura secondario e padri omosessuali che crescevano il figlio senza una madre coinvolta, assumendo il ruolo di caregiver principale.

Attraverso la risonanza magnetica funzionale (fMRI), gli studiosi hanno osservato come il cervello reagiva mentre i genitori guardavano filmati del proprio bambino.

I risultati sono stati sorprendenti.

Nelle madri risultava particolarmente attiva l’amigdala, una struttura cerebrale coinvolta nell’elaborazione delle emozioni, nella vigilanza e nella rapida individuazione dei segnali importanti. Nei padri eterosessuali con un coinvolgimento minore prevaleva invece l’attivazione di aree corticali deputate alla comprensione delle intenzioni, alla pianificazione e all’elaborazione cognitiva delle relazioni sociali.

La scoperta più interessante riguardava però i padri che rappresentavano il principale punto di riferimento del bambino. In questi uomini l’attivazione dell’amigdala era paragonabile a quella osservata nelle madri. Inoltre, aumentava la comunicazione tra l’amigdala e il solco temporale superiore, una regione implicata nella comprensione del comportamento sociale.

Ancora più significativo è stato un altro dato: nei padri, maggiore era il tempo trascorso nella cura diretta del bambino, maggiore risultava questa connessione cerebrale.

Lo studio suggerisce quindi che il cervello genitoriale sia estremamente plastico. Non è soltanto il sesso biologico a determinare il modo in cui il cervello risponde ai bisogni di un figlio, ma anche l’esperienza concreta dell’accudimento quotidiano.

Questa ricerca non afferma che uomini e donne abbiano cervelli identici né dimostra che il ruolo biologico sia irrilevante. Piuttosto, mostra come l’esperienza della cura possa modificare le reti neurali coinvolte nella genitorialità.

È un messaggio importante anche per chi lavora nell’educazione.

Ogni volta che un adulto dedica tempo, attenzione, ascolto e presenza autentica a un bambino, non si limita a costruire una relazione educativa: quella relazione lascia tracce misurabili anche nel cervello dell’adulto.

Forse dovremmo iniziare a pensare alla genitorialità meno come a un insieme di caratteristiche innate e più come a una competenza che si costruisce, si allena e si trasforma attraverso la relazione.

Le neuroscienze sembrano suggerire proprio questo: il cervello non si limita a prendersi cura di un bambino. È il bambino, attraverso la relazione, a prendersi cura anche del cervello del genitore.

Riferimento bibliografico

Abraham, E., Hendler, T., Shapira-Lichter, I., Kanat-Maymon, Y., Zagoory-Sharon, O., & Feldman, R. (2014). Father’s brain is sensitive to childcare experiences. Proceedings of the National Academy of Sciences, 111(27), 9792-9797.

Articolo di

×