Il nonsense del Lonfo: un gioco serissimo

Il nonsense del Lonfo: un gioco serissimo

Quella del “Lonfo” è una di quelle magie rare che riescono a funzionare ovunque e con chiunque, anche se non significano niente. Negli ultimi tempi mi è capitato di imbattermi in diverse versioni che girano sui social e ogni volta il risultato è lo stesso: ci si sofferma, non si scrolla e si ride per ragioni diverse.

Da una parte c’è la versione ormai leggendaria di Gigi Proietti, dove il nonsense diventa teatro puro. Il lonfo, in realtà, non è nulla. Non esiste. Eppure, grazie a sguardi, pause, accelerazioni, abbassamenti di voce e improvvise impennate tonali, finiamo per vederlo davvero questo “lonfo che raramente barigatta”; non perché il testo dica qualcosa, ma perché l’attore fa qualcosa con il testo. È un esercizio straordinario di comunicazione, in cui il significato non sta nelle parole ma nasce dopo, come conseguenza dell’interpretazione. Proietti non recita una poesia nonsense: recita il senso del nonsense.

Dall’altra parte c’è il video del papà che legge la poesia alla figlia di tre anni e le chiede di ripetere quelle parole assurde. La bambina lo fa con una naturalezza disarmante. Non sa che sono parole inventate, non sa che non vogliono dire nulla: si fida. Per lei sono semplicemente parole nuove, come tante altre. Il momento più comico arriva quando il papà scoppia a ridere e lei, quasi offesa, lo rimette al suo posto con un secco: “Tu no ride”. Accetta di essere piccola, ma non di essere presa in giro. Dieci anni dopo, con la stessa coppia in televisione e la figlia ormai tredicenne, il cerchio si chiude: il gioco si ripete ma il nonsense resta intatto mentre tutto il resto è cambiato.

Se ci si ferma un attimo a pensarci, il nonsense è a tutti gli effetti una forma di avanguardia letteraria. Se la pittura ha potuto abbandonare la figura, se la musica ha potuto rinunciare alla melodia tradizionale, se la fotografia e la scultura hanno osato rompere i canoni della rappresentazione, perché la letteratura avrebbe dovuto restare inchiodata al significato letterale, alla frase che deve dire qualcosa?

Un quadro astratto non spiega, non racconta in modo lineare, eppure apre possibilità infinite. Davanti a una tela informale ognuno vede qualcosa di diverso: macchie che diventano paesaggi, segni che si trasformano in figure, colori che girano come vetrini dentro un caleidoscopio. Con il nonsense accade la stessa cosa, solo che al posto dei colori ci sono le parole. Parole liberate dal dovere di significare ma non da quello di suonare, evocare, suggerire. Ed è qui che il nonsense mostra la sua vera forza: non è un’assenza di senso, ma una sua metamorfosi. Non combatte il significato: lo piega, lo smonta, lo rimonta.

L’operazione di Fosco Maraini è tutt’altro che ingenua. Il suo non è un accumulo casuale di suoni buffi ma un lavoro finissimo sulla lingua, sul ritmo, sulla musicalità. Endecasillabi perfetti che sembrano liberi, parole inventate che suonano reali. Un gioco serissimo che solo chi conosce profondamente la lingua italiana può permettersi. Non a caso la sua unica raccolta poetica, Gnosi delle fànfole, nasce quasi in sordina, stampata in poche copie per amici e parenti, solo in seguito trova un pubblico più ampio proprio grazie alla voce e al corpo di Proietti, che ne fa esplodere il potenziale comunicativo.

A mio modesto parere è proprio questo il bello del nonsense quando è fatto bene: quando sembra un gioco ma è una cosa serissima. Ti fa ridere, ti disarma e intanto ti ricorda che il linguaggio non serve solo a dire o a raccontare qualcosa, ma anche e soprattutto a farla vivere e sentire, anche quando non esiste.

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