Il reato di pensare: quando il dubbio diventa scomodo
- Febbraio 16, 2026
- di
- Rossella Spina
Pensare non è mai stato un gesto neutro. Oggi, però, sembra essere diventato un atto fuori tempo, quasi ingombrante, in una società che preferisce risposte rapide a domande autentiche. Il pensiero rallenta, complica, disturba. E ciò che disturba, spesso, viene messo a tacere.
Paolo Crepet ha più volte parlato di un paradossale “reato di pensare” per descrivere il clima culturale del nostro tempo: un tempo in cui non pensare è più comodo, più rapido e, soprattutto, più accettabile. Pensare richiede fatica, espone al dubbio, costringe a scegliere. Non pensare, invece, consente di adattarsi senza attriti, di restare al riparo dal conflitto e dal giudizio.
Pensare significa esporsi. Significa mettere in discussione ciò che appare ovvio, rifiutare le risposte preconfezionate, accettare la complessità. Ma oggi esporsi è rischioso. Il pensiero critico viene spesso percepito come una forma di destabilizzazione, mentre l’adeguamento diventa una strategia di sopravvivenza sociale. Così, sempre più spesso, si preferisce aderire a ciò che è già stato deciso da altri, rinunciando alla fatica di costruire un’opinione propria.
La tecnologia, che avrebbe potuto ampliare gli spazi del confronto, finisce talvolta per restringerli. I social network offrono l’illusione della libertà di espressione, ma premiano l’allineamento più del pensiero. Il dissenso è tollerato solo finché resta superficiale, rapido, facilmente archiviabile. Il pensiero complesso non trova spazio nei tempi compressi della comunicazione digitale. È più facile reagire che riflettere. Reagire non implica responsabilità; riflettere sì. E il tempo necessario per pensare viene oggi vissuto come una perdita.
Dal punto di vista psicologico, il bisogno di appartenenza gioca un ruolo centrale. Essere d’accordo rassicura, dissentire espone. Il consenso protegge, il pensiero isola. Non tutti sono disposti a pagare il prezzo della solitudine pur di restare fedeli alle proprie idee. Così, lentamente, si impara ad autocensurarsi. Un’autocensura silenziosa, quotidiana, che non viene imposta dall’esterno ma interiorizzata, normalizzata, fino a sembrare naturale.
Rinunciare al pensiero critico, però, ha un costo altissimo. Quando smettiamo di pensare, smettiamo anche di scegliere davvero. Ci adattiamo, ripetiamo, seguiamo. Il dubbio viene scambiato per debolezza, mentre è uno degli strumenti più potenti di consapevolezza e crescita. Senza dubbio non esiste evoluzione, ma solo ripetizione.
Il “reato di pensare” non è allora un divieto formale, ma una condizione culturale che riguarda tutti. Non perché qualcuno ci impedisca esplicitamente di pensare, ma perché spesso siamo noi i primi a rinunciare a farlo. Per comodità, per paura, per stanchezza. Pensare costa fatica, ma non pensare costa libertà. Forse la vera trasgressione, oggi, è proprio questa: pensare senza chiedere il permesso. Fermarsi quando tutto spinge ad accelerare. Difendere il dubbio in un mondo che pretende certezze immediate. Perché pensare non è un reato, ma un atto di responsabilità. Verso noi stessi e verso la società in cui viviamo.






