Cronaca di un presidente di seggio

Cronaca di un presidente di seggio

Il referendum costituzionale sulla giustizia si è consumato pochi giorni fa. C’è chi ha vinto e chi ha perso. Ci sono state le solite polemiche, le recriminazioni, i risvolti politici. E c’è stato anche chi ha lavorato in silenzio, quasi invisibile, con senso del dovere e abnegazione: coloro che hanno permesso il funzionamento della macchina elettorale, i componenti del seggio. Poco più di 300 mila persone hanno operato nelle 61.533 sezioni italiane per permettere alla democrazia di respirare.

Tra questi c’ero anch’io, come dal 2004, nel ruolo di presidente. Immancabile la solita domanda di parenti e amici: «Chi te lo fa fare, per così tante ore e un compenso così basso?». La vera domanda dovrebbe essere un’altra: perché non farlo? E soprattutto: cosa accadrebbe se nessuno lo facesse, se tutti fossero restii alle responsabilità, chiusi nel proprio egoismo, neghittosi di fronte al dovere civico? Essere operativo al seggio — presidente o scrutatore che sia — non è un semplice lavoro, non lo si fa solo per il compenso. È un dovere civico, morale, verso sé stessi e verso la comunità.

Al seggio elettorale ci si ricorda ancora di essere umani. La tecnologia resta fuori dalle procedure: tutto è come negli anni Cinquanta del secolo scorso. Nessuno ti spiega nulla; bisogna studiare le istruzioni ministeriali e arrangiarsi. La carta e la penna sono gli strumenti del mestiere. Le votazioni hanno i propri tempi, lontani dalla frenesia della società contemporanea. Dietro ogni voto espresso, dietro ogni scheda piegata, c’è un lavoro silenzioso che pochi vedono.

È stato un tempo intenso, lungo, impegnativo, ma anche un tempo di confronto e di ascolto tra noi componenti del seggio. Cinque persone spesso sconosciute si ritrovano a condividere lo stesso spazio dal sabato pomeriggio al lunedì pomeriggio, ognuno con la propria responsabilità, la propria esperienza, il proprio vissuto. Si parte a testa china il sabato con l’autenticazione delle schede; poi, la domenica, con l’inizio delle operazioni, piano piano ci si scioglie, si inizia a parlare di sé, si creano relazioni umane.

Per me il seggio è anche un tempo di osservazione. Mi piace guardare l’elettore che mi si pone davanti: negli occhi, nei gesti, nelle esitazioni. Provo a immaginare quali emozioni lo attraversino.

Quest’anno sono arrivati i nati nel 2008, al loro primo voto. Entrano timorosi, in silenzio, spesso al seguito dei genitori. Alcuni sorridono quando vedono il primo timbro sulla tessera, altri trattengono il fiato. Dico loro che questo momento lo ricorderanno sempre, un po’ come il primo amore.

Poi ci sono gli sbadati, i distratti, i teneri: chi dimentica la tessera, chi la porta con gli spazi esauriti, chi la consegna morsicata dal cane. E ci sono gli anziani, che entrano con passo lento e colgono l’occasione per raccontare la loro prima volta alle urne, o quando furono scrutatori in un’Italia che non esiste più. Una folla di storie, un mosaico di vite.

E poi ci siamo noi, i “sacerdoti laici” di questa liturgia civile. Nei momenti morti si parla, si ride, ci si confida. È un tempo sospeso, che non appartiene né al lavoro né al quotidiano: un tempo che arricchisce, che lascia tracce.

Lunedì, alle 15:00, scocca l’ora del giudizio. A ciascuno il proprio ruolo. I registri e il materiale sono pronti. Sai di aver lavorato bene nei due giorni, ma c’è sempre un filo d’ansia che i conti non tornino. Alla fine va tutto bene. Stringo la mano a tutti. La sezione può chiudere i battenti.

Esco dal seggio con un senso di appagamento e di gioia per ciò che abbiamo fatto: io, gli scrutatori e la “mia” segretaria. Saluto le Forze dell’Ordine, consegno il materiale al Comune, ricevo e ricambio ringraziamenti. Anche questa volta è andata.

Mi dirigo verso casa, sereno. Penso di aver contribuito, in minima parte, al buon funzionamento del sistema democratico del mio Paese. E penso già alla prossima volta. Sì, perché è lungo, è impegnativo, si dorme poco… ma sarebbe infinitamente peggio se tutto questo non esistesse. La democrazia non vive solo nelle urne, ma nelle mani di chi le apre e le richiude con cura.

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