La dimensione della speranza

La dimensione della speranza

Questo articolo nasce per una possibile futura ricerca, volta ad approfondire il ruolo della morale e dei valori come regolatori di comportamento, decision making e agency personale. L’obiettivo è quello di spiegare la necessità di un impegno integrato tra istituzioni, scuole e operatori psicopedagogici, nel produrre una cultura del consenso, della giustizia e del rispetto, in cui ciascun individuo è chiamato a essere agente attivo di cambiamento per una comunità più giusta, più empatica e capace di memoria etica.

Ciò è possibile farlo attraverso la “dimensione della speranza”, perché trascende l’individuale per guardare a un futuro collettivo. Se bisogni, motivazioni e convinzioni danno forma ai nostri valori personali, così da renderli una modalità di essere nel mondo, la speranza invece è in qualche modo memoria del futuro (Gabriel Marcìa), ovvero la dimensione del “non ancora”, che restituisce dinamicità al presente.

Infatti, in questa “modernità liquida” (come definita da Zygmunt Bauman) segnata da precarietà, incertezze e individualismo, la dimensione della speranza introdotta nella riflessione sulla morale, può rompere gli schemi cristallizzati e generare nuove forme di reciproco adattamento, rappresentando una sorta di resistenza creativa.

Creativa in quanto così come l’arte, anche la morale si nutre dell’elemento trasformativo: “immaginare un mondo migliore è infatti il primo passo per costruirlo.” (Beltritti Giulia, 2024)

In questo quadro complesso, dall’analisi delle varie ricerche effettuate, lo studio della morale si configura come un processo dinamico, che tiene conto dell’interdipendenza tra valori e norme, in cui l’influenza socio-culturale e relazionale è predominante.

Parlare di morale non significa attribuirle il compito di promuovere normativamente il bene, ma riconoscerla come spazio di orientamento etico in cui ogni individuo possiede la capacità di agire come soggetto etico. Ciò, però, comporta il paradosso della libertà individuale, che implica la possibilità di agire incoerentemente rispetto alla propria etica, in equilibrio tra libertà di volere, influenze neurobiologiche e contesto socioculturale.

Le sfide etiche contemporanee, impongono una riflessione profonda, rappresentando dilemmi morali e psicologici complessi che richiedono di umanizzare la morale e contestualizzare l’etica. Bisognerebbe riflettere sull’immensa responsabilità di educatori, psicologi, cittadini e istituzioni nel lavorare per favorire una cultura del rispetto, promuovere consapevolezza e contribuire nella generazione di una nuova grammatica della morale, sfidando le narrazioni collettive radicate.

Uno spunto di riflessione può essere quanto cultura della violenza possa influenzare non solo il comportamento delle persone ma anche (e soprattutto) il modo in cui la violenza viene percepita, tollerata, minimizzata, giustificata, agendo come una seconda vittimizzazione nei confronti delle vittime.

La rape culture, ovvero la normalizzazione della violenza sessuale, ad esempio, persiste in molte società moderne radicando la violenza tanto condannare la donna attraverso l’esperienza tipica di “pre-vittima” di stupro, che la porta persino ad accettare l’ipotesi di un eventuale colpevolizzazione futura, in quanto “non ti sei protetta abbastanza” (Garcia Manon).

Creare una cultura del consenso ora più che mai risulta necessario, per non rilegare la responsabilità solo ad un genere, quanto piuttosto assumerla come compito collettivo.

La prospettiva psicosociale, inoltre, non può prescindere dal riconoscere la valenza culturale e strutturale della violenza trasmessa trans-generazionalmente, come nel caso della cultura dell’onore, in cui esibire violenza sin dalla giovane età rappresenta virilità e onore, aderendo ai valori di “mascoline honor” tipici delle associazioni mafiose.

In questo contesto risulta innovativo l’intervento di Roberto di Bella, attuale giudice del Tribunale dei Minori di Catania che si è occupato per 25 anni dei minori della provincia reggina, spesso coinvolti nei reati di ‘Ndrangheta. Nel 2012 ha avviato il programma “Liberi di scegliere”, prevedendo la sospensione dei diritti genitoriali e l’allontanamento dei minori da famiglie mafiose, collocandoli in contesti protetti con assistenza psico-educativa. L’obiettivo è interrompere il processo di socializzazione criminale e offrire ai giovani un’alternativa identitaria: più dei 150 minori coinvolti, alcuni insieme alle loro madri che li hanno volontariamente seguiti, non è stato registrato quasi nessun ritorno alla devianza per crimini mafiosi.

Come in embriologia, anche in un auspicabile nuova grammatica dei valori, ciò che è nuovo è fragile ma potenzialmente trasformativo: le nuove generazioni rappresentano riserva di senso, apertura e possibilità. Perciò, è nostra la responsabilità di offrire strumenti critici, esperienze significative e linguaggi coerenti, coltivando proprio la speranza.

Perché, come disse Giovanni Falcone: “Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così”.

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