Io diviso
- Marzo 09, 2026
- di
- Giuseppe Miceli
L’altro giorno, mentre guidavo verso il tirocinio, mi sono trovato al centro di una situazione che, nella sua apparente ordinarietà, rivelava una dinamica filosofica e psicologica tutt’altro che banale. Ero in macchina con un bel vestito, guidando verso un contesto istituzionale di conformità, autoregolazione e ruoli sociali. Il mio abbigliamento, il mio atteggiamento e il mio stato d’animo erano tutti in linea con quello che in termini psicodinamici si potrebbe chiamare un modo di funzionare orientato verso il principio di realtà: una modifica dell’individuo ai requisiti dell’ambiente esterno.
Eppure, in questo luogo ristretto e regolato (lo spazio interno dell’auto), stavo ascoltando musica metal a tutto volume. La scelta musicale non era neutrale. I suoni grezzi, l’intensità ritmica e angolare, le linee vocali spesso strappate, evocavano una qualità di esperienza più primordiale, intuitiva e non mediata.
In termini freudiani, potremmo pensarlo come un’esplosione simbolica dell’Es: l’area della psiche governata da desideri, impulsi ed emozioni che sfuggono alla razionalità normativa. L’auto emergeva come una presenza liminale, in questo senso, anche come uno spazio intermedio, un luogo di mezzo tra il privato e il pubblico e l’interiorità e l’esterno e la spontaneità e la disciplina. Non ero più semplicemente nel mio spazio intimo, ma non completamente dentro il lavoro da svolgere.
Era, come si potrebbe dire, una soglia del fenomenologico.
La domanda da porsi in questo caso è: dove si trova il “soggetto” in questa scena? Una visione unitaria di sé e individualismo: dovrei, quindi, essere incline a scegliere tra due versioni di me stesso: quella “razionale” e autocontenuta contro quella più emotiva e istintiva.
Eppure, per la filosofia attuale e la psicologia dinamica, questa dicotomia è fuorviante. Già Platone, nella sua Repubblica, aveva già pensato all’anima come tripartita, attraversata dall’attrito della ragione contro il coraggio contro la forza del desiderio. Freud ha cristallizzato questa intuizione in termini di uno scontro strutturale di Es, Io e Super-Io.
Più recentemente, la fenomenologia ha dimostrato (soprattutto Husserl e Merleau-Ponty) che il soggetto non è un monolite ma un processo incarnato, che risiede in una posizione tra l’esperienza interna e il mondo esterno.
Da questo punto di vista, la scena dell’auto non è affatto un paradosso psicologico, ma piuttosto una sorta di immagine paradigmatica della situazione umana: il soggetto è costituito come un oggetto materiale di conflitti tra diverse dimensioni dell’esperienza. Pertanto, ascoltare il metal mentre si va, ben vestiti, ad un tirocinio non è una contraddizione contingente ma l’articolazione di una struttura identitaria più sostanziale.
La vita umana non è una vita che deve essere caratterizzata da un’armonia preesistente, ma da una complessa coesistenza dinamica di circostanze reciprocamente esclusive e apparentemente diverse: dalla domanda di ordine e un’attrazione per il caos, dalla ricerca di inclusione sociale e individuazione, dal controllo razionale all’intensità emotiva.
Possiamo anche sostenere che la dualità è forse, nel suo senso più esistenziale, non un errore che siamo chiamati a disfare, ma lo stato stesso della nostra libertà.
Come sostiene Sartre, il soggetto è condannato a navigare costantemente tra ciò che è e ciò che può essere; allo stesso modo, la psicoanalisi moderna (soprattutto nelle teorie relazionali) sostiene che l’identità emerge solo attraverso la gestione artistica delle contraddizioni interne.
Sentivo che questa dualità, così contraddittoria che sembrava parte del tessuto della persona che ero, non era qualcosa da risolvere, ma da riconoscere come parte di chi ero. La musica e la giacca, il caos e l’ordine, non si separavano mai, non funzionavano mai senza essere in una tensione produttiva che permetteva all’adattamento sociale e all’autenticità soggettiva di coesistere.
O, forse, la maturità non implica una perdita di conflitto interno, ma una consapevolezza di come sopportarlo senza rinnegarlo, unendo altre sfaccettature senza separarle o silenziarle in una falsa unità. Perché l’identità non è un blocco compatto, ma un processo il cui equilibrio è instabile: una pluralità tenuta insieme da una coerenza narrativa fragile ma essenziale.






