Lo sbarco a Salerno

Lo sbarco a Salerno

Quando si parla di Seconda guerra mondiale in Italia, il pensiero cade immediatamente sull’occupazione tedesca, la Resistenza, le stragi compiute dai nazifascisti, i bombardamenti aerei da parte degli Alleati.

In questo articolo voglio trattare lo “sbarco a Salerno”, una battaglia poco trattata dai mass media ed invece fondamentale e decisiva per l’esito positivo della “Campagna d’Italia” da parte degli Alleati.

Siamo nel 1943. Nei primi giorni di luglio gli Alleati occupano la Sicilia. Questo evento favorisce la destituzione di Mussolini avvenuta il 25 luglio. Il Re Vittorio Emanuele III sostituisce Mussolini con il Generale Pietro Badoglio. Il nuovo governo inizia trattative segrete (ma non troppo) con gli Alleati per cambiare fronte e sorte all’Italia, visto l’esito infausto della guerra. Nel frattempo, i tedeschi dispongono loro forze armate lungo tutto lo stivale, consapevoli che l’Italia in virtù del nuovo governo potrebbe praticare quello che per loro sarebbe un tradimento.

L’8 settembre alle ore 19:45 il Capo del Governo Badoglio rende noto l’armistizio con gli anglo-americani firmato a Cassibile già il 3 settembre.

La guerra era dunque finita? La gente pensò che fosse così e usci dai rifugi. L’illusione durò poco: la comparsa delle navi all’orizzonte spinse i salernitani a rintanarsi di nuovo. Perché gli Alleati decisero di sbarcare proprio nel golfo di Salerno? Il vero obiettivo era Napoli, il “porto del regime”. Nelle idee iniziali dei generali vi era di sbarcare nel Golfo di Gaeta, poi l’ipotesi fu scartata perché era troppo distante dalla Sicilia, base di supporto aereo. Lo sbarco comprendeva un arco di azione che si estendeva da Maiori ad Agropoli. Alle 3:30 di notte del 9 settembre il gen. Mark Clark diede il via all’operazione “Avalanche”. Sul salernitano si riversarono 100.000 soldati inglesi e 70.000 americani.  Nelle 48 ore seguenti lo sbarco, gli Alleati riuscirono a travolgere le difese germaniche e a spingersi verso l’interno. La resistenza tedesca era stata debole, il generale Clark poteva essere soddisfatto.

Intanto l’artiglieria tedesca taceva e la Luftwaffe sembrava essere scomparsa. Proseguendo l’avanzata, gli Alleati occuparono l’aeroporto di Montecorvino e provvidero a riattivare la pista. La battaglia sembrava ormai vinta. A tre giorni dallo sbarco gli Alleati controllavano una testa di ponte lunga 100 chilometri e profonda 10; improvvisamente, la mattina dei 12 settembre, la situazione registrò un drammatico mutamento: i tedeschi scatenarono il contrattacco. Truppe fresche e bene armate attaccarono di sorpresa il settore Nord travolgendo i presidi dei commando britannici. Poche ore dopo, la controffensiva, condotta con estrema violenza, si estese a tutto l’arco del fronte. Le truppe tedesche giunte di rinforzo erano le divisioni che Kesselring era stato costretto a trattenere a Roma in vista di un secondo sbarco e per superare l’accanita, ma non coordinata resistenza delle truppe italiane a Porta S. Paolo. Ora che si era assicurato il completo controllo della capitale italiana, poteva scaraventarle contro le truppe alleate. I tedeschi si concentrarono sulla piana del Sele-Calore. Il fuoco della Luftwaffe preciso e potente spinse le truppe Alleate fin quasi sul bagnasciuga creando una breccia tra inglesi e americani.

Il generale Clark, sull’orlo di considerare il reimbarco, fu costretto a chiedere l’intervento dei paracadutisti e dell’aeronautica da Malta e dalla Sicilia come rinforzo per piegare definitivamente i tedeschi. Per tre giorni il golfo salernitano fu sottoposto a massicci e pesanti bombardamenti che coinvolsero anche la popolazione civile lasciando un segno indelebile nella memoria locale anche nei decenni a venire. I rinforzi sortirono l’effetto auspicato ed il 16 settembre Kesselring ordinò alle sue truppe di abbandonare il litorale e di fare perno su Salerno. L’obiettivo dei tedeschi era di rinforzare le linee difensive e di attuare la strategia della “terra bruciata”. Gli Alleati inseguirono il nemico dato che l’obiettivo era Napoli. L’offensiva definitiva fu lanciata il 23 settembre. Gli Alleati sfondarono presso il Passo di Molina (Vietri sul mare) e il Passo di Agerola che collega a Castellamare. La manovra a tenaglia, unita all’insurrezione dei napoletani contro i tedeschi con le famose “quattro giornate”, permisero di chiudere l’operazione “Avalanche” solo il primo ottobre. Quello che doveva essere un “d-day” si prolungò per ben tre settimane. Napoli divenne dunque una città di retrovia di un esercito in guerra, con tutte le drammatiche dinamiche e conseguenze che la letteratura e il cinema ci hanno riportato, dato che gli Alleati impiegarono ben nove mesi per liberare Roma (4 giugno 1944).

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