After Work: riflessioni sul senso del lavoro oggi, tra dipendenza, dedizione e disimpegno

After Work: riflessioni sul senso del lavoro oggi, tra dipendenza, dedizione e disimpegno

Cosa faresti se non avessi più bisogno di lavorare? 

È questa la domanda chiave di After Work del regista italo-svedese Erik Gandini, in programmazione al cinema in queste settimane.

È un docu-film che mostra storie di chi vive il lavoro come fonte di appagamento e di apparente realizzazione, ma anche di quanto, seppur con uno stipendio e uno sforzo minimo, la mancanza di senso di scopo incida sul benessere personale.

Il film ci porta in giro per il mondo in quattro continenti. 

Si apre con un giardiniere italiano in mezzo a piante e siepi e che attribuisce a quel lavoro un senso di pienezza e di riconoscimento “perché vedi l’opera finita, tutti ammirano quello che hai fatto”. Alla fine del documentario scopriremo anche l’altra parte del racconto, ovvero la sua vita agiata e il fatto che quello di cui si prende cura, sia il giardino monumentale di proprietà della sua famiglia.

Vi è poi un energico formatore statunitense (e CEO del Center for Work Ethic Development) che sottolinea con ironia la busyness dell’americano medio (associare il proprio valore personale al fatto di essere e farsi vedere occupato), menzionando le 578 milioni di ore di ferie lasciate sul tavolo dai lavoratori USA.

Tra le altre situazioni presentate, quella della Corea del Sud in cui dal 2018 la settimana lavorativa è stata ridotta da 68 a 52 ore (40 ore regolari e fino a un massimo di 12 straordinarie, nella teoria; un po’ meno nella pratica) e il governo ha promosso una campagna pubblicitaria e la sperimentazione dello spegnimento dei computer alle 18 con lo scopo di far lavorare meno le persone e abituarle ad immaginarsi in contesti diversi dal lavoro.

All’altro estremo, quella dei lavoratori pubblici in Kuwait in cui si impiegano venti persone per svolgere la mansione di una, lasciandole letteralmente con le mani, o meglio lo smartphone, in mano e un lauto stipendio nel conto in banca.

Nel documentario vi è anche la storia di un’autista che dichiara di amare il suo lavoro di consegna pacchi per Amazon, ma sottolinea al contempo le pressanti politiche di sorveglianza e controllo da parte dell’azienda; infine, quella di una ricca ereditiera italiana alle prese con cavalli, giardini e cucina che afferma “di non riuscire a star ferma e di essere troppo curiosa.”

Completano il quadro alcune ricerche e spezzoni di interviste. Una filosofa americana dell’Università del Michigan ci ricorda la concezione calvinista del lavoro (che ci fa sentire in colpa quando non siamo occupati).  Chomsky e Harari danno il proprio contributo sulla fine del lavoro (riecheggiano le parole di quest’ultimo a Davos 2020 “Sarà peggio essere irrilevanti che sfruttati”); il sociologo Ricolfi illustra il rapporto proporzionale tra eredità attesa e NEET (giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano, né sono in formazione, in cui l’Italia è in prima posizione in Europa).

Infine, Elon Musk si chiede dove troveranno uno scopo le persone quando non ci sarà più bisogno del loro lavoro con l’espansione dell’Intelligenza Artificiale e reputa necessario fornire un reddito base universale e l’ex Ministro delle Finanze greco Varoufakis che vede in questa misura anche il rischio di dare soldi a chi non li merita.

Mi ha colpito in particolare il dato presentato dal ricercatore della Gallup sul numero di persone che non si sentono coinvolte al lavoro: sono l’85%.

Credo che questo sia un aspetto su cui riflettere e che per me costituisce una delle riflessioni con cui mi lascia questo documentario: si tratta di avere un lavoro che ci riempie e ci fa sentire impegnati e realizzati o forse di attribuire noi un senso a qualsiasi attività svolgiamo e utilizzare le nostre doti umane per progettare e creare anziché eseguire e basta?   

A ciascuno di noi la sua risposta. 

Autore

  • Mary Gioffrè

    Laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche presso UniMarconi, si occupa di formazione e coaching in ambito professionale e ha un interesse particolare per il lavoro flessibile e il nomadismo digitale.

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