Il Bloomsday: da Dublino a Trieste.

Il Bloomsday: da Dublino a Trieste.

Nel freddo sobborgo della Dublino del 1882 nacque colui che sarebbe divenuto uno dei maggiori scrittori del Novecento, autore di un’epopea della vita umana tra le più impenetrabili e brillanti del secolo e, senza saperlo, lo scrittore che più di tutti mi ha regalato la gioia e la bellezza della lettura, divenendo parte essenziale della linfa che scorre attraverso tutta la mia esistenza.

Fu la casualità a farmi innamorare perdutamente di una storia, capace di farmi immergere in un mondo talmente tanto reale da farlo sembrare quasi vero. E, se dovessi descrivere tale emozione non riuscirei a trovare un vocabolo italiano adatto ma, fortunatamente, il bello della linguistica permette di arrivare sino alla lingua urdu per trovare un sostantivo, così affascinante da essere perfetto per tale descrizione.

Il sostantivo in questione, infatti, è Goya (گویا). Questa parola indica l’atto di immedesimarsi in una storia quando qualcuno la racconta con particolare enfasi e “trasporto” emotivo.  Questa, è stata la mia sensazione fino all’ultima riga letta di ogni opera dell’immenso James Joyce. Sì, è lui l’eroe della mia favola letteraria e galeotta fu la lettura di due opere: “l’Ulisse” e “Gente di Dublino”. In particolare, quest’opera fu terminata in Italia – a Trieste, precisamente – dove passò parte della sua vita, insegnando e scrivendo, in compagnia, tra l’altro, dell’amico Italo Svevo, il quale – sotto sua influenza – comporrà, successivamente, “la coscienza di Zeno”. Non a caso, in una delle lettere indirizzate alla moglie Nora, scriveva che “la mia anima è a Trieste” e casuale non è, neppure, il fatto che le sue due statue più famose siano ubicate una a Dublino ed una proprio a Trieste. L’Italia, infatti, fu il fulcro della composizione e dell’ispirazione delle opere che lo resero il celebre poeta che oggi conosciamo. La sua fama, però, non si ferma qui, perché Joyce – senza nulla togliere agli altri scrittori – ha avuto l’onore di avere quel quid in più che lo ha reso immortale nel mondo, ogni anno, precisamente il 16 giugno.  Questa, infatti, è una data che ogni joyciano che si rispetti ama celebrare ed è il famoso Bloomsday. Il termine si compone di due vocaboli: Bloom che deriva dal protagonista, Leopold Bloom e day che significa giorno; dunque, letteralmente è il giorno del Signor Bloom ma per esteso esso rievoca anche entrambi coniugi, ivi comprendendo la moglie, Molly Bloom.

La data di celebrazione, invece, rievoca gli eventi dell’Ulisse della giornata del 16 giugno 1904.

In particolare, il Bloomsday del 2022 celebra anche il centenario della pubblicazione dell’opera da cui prende il nome, “l’Ulisse”. Questo giorno è destinato a essere il più grande evento di sempre, in termini di eventi globali a lui dedicati. Trieste in qualità di seconda patria ha celebrato l’evento da giovedì 16 a domenica 19 giugno ed ha previsto la messa in scena integrale di una parte dell’opera, creando una vera e propria maratona di eventi, dalle 8 del mattino alle 3 di notte, in 15 diversi luoghi del centro cittadino, scelti per affinità e somiglianza alle originarie ambientazioni dublinesi. Ma, la cosa più arguta è stata iniziare la giornata del 16 con la tipica colazione tanto amata da Leopold Bloom e così minuziosamente descritta nell’opera.

Dal 1922 al 2022 trascorrono ben cento anni di storia che portano alla luce un’incredibile opera. Il 2 febbraio, infatti, è una data simbolica: non è solo il giorno della sua nascita (2 febbraio 1882) ma è il giorno in cui a Parigi (2 febbraio 1922) viene pubblicato per la prima volta l’Ulisse. Da questo momento in poi nella letteratura novecentesca tutto cambia. Viene stravolto il classico schema per fare spazio ad un nuovo modo di concepire l’arte della scrittura, di pensare, di rapportarsi alla vita. 

Ma perché avviene questo cambiamento? Cosa scrive Joyce di così “moderno”?

L’opera è uno dei più grandi esempi di rielaborazione del mito nella letteratura modernista. Essa è legata alla grande epopea dell’Odissea di Omero e Joyce la utilizza come struttura portante del suo libro: il signor Bloom è Ulisse, Stephen è suo figlio Telemaco e Molly è Penelope. L’opera è divisa in tre parti e si compone di 18 episodi e per narrare la vita di un individuo in un solo giorno, e in assenza di una trama drammatica, Joyce sceglie di fornire i minimi dettagli di quella giornata e, soprattutto, il processo di pensiero dei personaggi. L’innovazione fu l’adozione della tecnica del “flusso di coscienza” (stream-of-consciousness), uno stile di prosa difficile che rinuncia ai connettivi sintattici e grammaticali e accosta immagini disparate e apparentemente incongrue, nel tentativo di mostrare il flusso caotico dei pensieri che si aggrovigliano nella mente umana. Ciò rende l’opera quasi ermetica ed il flusso di coscienza è proprio ciò che restituisce, pagina dopo pagina, il movimento irrazionale dei pensieri dei personaggi e che ha reso immortale Molly Bloom.

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